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sabato 28 Maggio 2022

Ue senza carbone russo, una sfida più dura del previsto

Bruxelles – “Imporremo un divieto di importazione di carbone dalla Russia, del valore di 4 miliardi di euro all’anno. Ciò taglierà un’altra importante fonte di entrate per la Russia”, ha annunciato la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, presentando le nuove sanzioni. Nonostante gli sforzi degli ultimi anni dell’Ue per emanciparsi dal carbone, la fonte fossile più inquinante, il Vecchio Continente di recente ne ha aumentato l’utilizzo per produrre elettricità a causa del balzo dei prezzi del gas.

La tempesta perfetta sul settore energetico si è abbattuta la scorsa estate con la ripresa post pandemia da Covid che ha reso evidente un’offerta insufficiente rispetto alla domanda. Tutto ciò ha fatto balzare i prezzi delle commodity, ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina, a causa anche di un’estate poco ventosa con le pale eoliche del mare del Nord ferme, e i produttori che hanno ricominciato a guardare alle miniere di carbone dando una nuova vita a questo combustibile.

Il mercato ha fatto il resto con i prezzi volati a livelli record a marzo a oltre 400 dollari a tonnellata e le quotazioni quadruplicate nell’ultimo anno. A livello globale, i principali esportatori di carbone sono Indonesia, Australia, Russia, Colombia, Sud Africa e Stati Uniti. Dal lato della domanda, la Cina è di gran lunga il principale consumatore (rappresenta la metà della domanda mondiale) e il principale importatore, seguita da India, Giappone, Europa e altri paesi dell’area Asia-Pacifico.

Nell’ultimo trentennio (1990-2020), l’Ue ha gradualmente eliminato i combustibili fossili solidi, riducendone il consumo da 1.200 a 427 milioni di tonnellate. Consumo e produzione di carbon fossile nell’Ue sono diminuiti, soprattutto negli ultimi anni, in linea con gli obiettivi di decrabonizzazione. Tuttavia, secondo Bruegel se da una parte l’Ue ha tagliato la produzione, dall’altra ha raddoppiato l’import passando dal 30% a oltre il 60% del consumo interno. Tanto che molti analisti sollevano dubbi sulla disponibilità di carbone per l’Ue in caso di stop all’import dalla Russia.

Un po’ come per il gas, Mosca ha svolto un ruolo importante nel colmare il divario tra il consumo interno europeo e la produzione, con le importazioni in aumento da 8 milioni di tonnellate (7% delle importazioni totali dell’Ue) nel 1990 a 43 milioni di tonnellate (54%) nel 2020. È importante distinguere tra ‘carbone termico’, utilizzato per generare elettricità, e ‘carbone metallurgico’ utilizzato nella produzione di ferro e acciaio.

Il carbone metallurgico russo rappresenta, evidenzia sempre Bruegel, tra il 20% e il 30% delle importazioni di carbone dell’Ue, mentre la quota russa delle importazioni di carbone termico è quasi il 70% con Germania e Polonia che sono i paesi più dipendenti. Secondo il think tank la sostituzione degli attuali volumi di carbone russo potrebbe essere realizzata incrementando la capacità inutilizzata. Se tutte le centrali elettriche a carbon fossile in Germania avessero funzionato a pieno regime nel 2021, avrebbero prodotto circa 140 TWh in più di elettricità.

Il carbone russo quindi può essere sostituito perché i mercati globali sono ben forniti e flessibili. È stata solo la spinta di Mosca nell’ultimo decennio ad incrementare la propria quota di export in Europa. Ci sono molti fornitori, espulsi dal mercato europeo dalla Russia, che potrebbero tornare. Allo stesso tempo, in caso di emergenza potrebbe essere possibile aumentare di circa 40 milioni di tonnellate la produzione interna Ue, che ha raggiunto un nuovo minimo nel 2021 (329 milioni di tonnellate contro 373 milioni di tonnellate nel 2019).

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