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lunedì 8 Agosto 2022

Rivoluzione automotive, ma lo stop benzina-diesel rischia di bloccare il mercato

Milano – Il settore Automotive si trova in una fase di profonda trasformazione epocale e, in vista dell imminenti scadenze per l’abbandono dei motori tradizionali, necessita di orientare gli investimenti a favore della transizione ESG, della smart mobility, della crescita di scala per tutte le aziende della filiera, attraverso una profonda revisione del business model tradizionale, oltre a forme di aggregazione per ottenere massa critica. Il tema è stato al centro di un convegno ieri a Milano, Divisione IMI Corporate & Investment Banking di Intesa Sanpaolo, che ha visto confrontarsi rappresentanti di istituzioni, associazioni, imprese e mondo della finanza.

“Con questa iniziativa il nostro Gruppo si conferma non solo a supporto dell’economia, ma intende farsi parte attiva nell’anticipare i grandi cambiamenti strutturali e tecnologici dell’industria automobilistica sostenendo i piani di consolidamento e di sviluppo per l’intera filiera produttiva”, ha sottolineato Mauro Micillo, Chief della Divisione IMI CIB di Intesa Sanpaolo, ricordando che “il settore Automotive ha sempre rappresentato un vertice tecnologico e un elemento essenziale del sistema produttivo italiano” e “continuerà a essere parte integrante del tessuto industriale strategico dell’Italia e dell’Europa”. I dati sul settore dimostrano quanto il comparto sia strategico per il sistema economico europeo: l’8% del PIL dell’Unione Europea è rappresentato da ricavi generati dal comparto auto; l’11,5% della forza lavoro manifatturiera e ben il 6,6% della forza lavoro complessiva in Europa è coinvolta nel settore. La Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo ha presentato anche i risultati di un’indagine realizzata ad hoc tra marzo e giugno di quest’anno.

Sono state intervistate 126 imprese specializzate della filiera dell’automotive italiana, soprattutto di dimensioni medie e grandi, con un fatturato complessivo che nel 2021 è stato pari a circa 15 miliardi di euro. Le imprese coinvolte mostrano una buona diversificazione produttiva e una elevata propensione a innovare: il 69% ha, infatti, un centro di ricerca e sviluppo, con punte del 78% tra le imprese più grandi. I fornitori di tecnologie e le università potranno divenire i principali partner delle aziende del settore: sono, infatti, stati indicati come potenziali partner rispettivamente dal 61% e dal 54% delle imprese intervistate, quasi nove imprese su dieci dichiarano di considerare un’opportunità la transizione tecnologica in corso nel settore. Sono però necessari rilevanti investimenti in R&S e vi è ancora un forte legame tra dimensione dell’impresa e progetti di innovazione.

Il divieto di vendita di veicoli a benzina o diesel a partire dal 2035, però, rischia di bloccare il mercato il mercato dell’auto. Se la spinta di Bruxelles per l’auto elettrica, secondo alcuni osservatori, può essere un’occasione per costruire una nuova filiera, non sono pochi gli interrogativi posti da un approccio che molti esperti giudicano decisamente “drastico”. Il provvedimento, infatti, rischia di pesare moltissimo sulla filiera italiana ed europea dell’automotive, con un impatto molto negativo in termini di posti di lavoro. Secondo quanto spiegato ad “Agenzia Nova” da Sergio Savaresi, professore di Automazione nei veicoli del Politecnico di Milano, c’è addirittura “il serio rischio che si blocchi completamente il mercato dell’auto, perché invece di cambiare auto e andare verso l’elettrico le persone” di fronte a questo provvedimento potrebbero scegliere di “allungare la vita del loro veicolo termico”.

“Dal punto di vista industriale – spiega Savaresi – mitigherei l’apprensione, nel senso che si tende a identificare l’auto come se coincidesse solo con il suo motore”, il quale invece “è una componente importante, ma non è l’unica” del veicolo. A soffrire per il provvedimento sarà soprattutto “la filiera attorno alla componentistica del motore termico”, ma ci sono anche delle “opportunità perché potrebbe nascere una filiera del motore elettrico e delle componenti attorno al motore elettrico”. Al tempo stesso, spiega ancora Savaresi, quella presa in ambito europeo è “una decisione drastica” dal momento che “impone una soluzione quando invece andava imposto l’obiettivo”. Secondo il professore del Politecnico di Milano, “il concetto fondamentale è che l’auto elettrica si presta malissimo a un modello di mobilità di proprietà privata”.

Ecco perché, “per andare massicciamente verso l’elettrico bisogna prima trasformare il modello di mobilità in un modello di mobilità dove le auto vengono utilizzate in modo condiviso e flessibile. Ma affinché si possa giungere a un car sharing di massa” di questo tipo, evidenzia Savaresi, è necessario “che arrivi l’auto autonoma”. Detto in altri termini, “l’auto autonoma abilita il car sharing di massa” e quest’ultimo “abilita la mobilità quasi totalmente elettrica. Se fosse stata rispettata questa sequenza avrei trovato il provvedimento adeguato, ma è assolutamente improbabile che al 2035 ci saremo mossi verso una mobilità di massa con la tecnologia dell’auto autonoma”. Per questa ragione, conclude Savaresi, è possibile che “il privato risponderà allungando tantissimo la vita delle auto termiche” con il “serio rischio che si blocchi completamente il mercato dell’auto”.

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