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sabato 28 Maggio 2022

Prima e dopo il vertice Fed, le attese dei mercati internazionali

Milano – Oggi e domani la Fed avrà un’equazione difficile da risolvere: quanto alzare i tassi d’interesse chiave quest’anno per controllare l’inflazione senza far precipitare la più grande economia del mondo nella recessione. Il rialzo dovrebbe moderare la domanda e quindi rallentare l’aumento dei prezzi. A marzo la Federal Reserve aveva avviato un rialzo dei tassi piuttosto cauto (+0,25 punti percentuali), ma è stato il primo dal 2018. Al termine della due giorni, il Comitato di politica monetaria (Fomc), braccio operativo dell’istituto centrale, avallerà questa volta – a meno di una mossa a sorpresa – un aumento di mezzo punto percentuale, per portarli all’interno di un intervallo dello 0,75% all’1%. È stato il presidente Jerome Powell ad annunciare lui stesso che questo aumento sarebbe “sul tavolo”.

Parlando a un gruppo di banchieri centrali a margine delle riunioni del Fondo monetario internazionale, Powell ha poi sottolineato che è “assolutamente essenziale” ripristinare la stabilità dei prezzi e aumentare “rapidamente” i tassi in modo che la Fed soddisfi questa prerogativa. Altri membri del board sono stati ancora più espliciti sulla necessità di una politica più aggressiva di fronte all’inflazione in continua accelerazione e al mercato del lavoro teso. Alcuni, quindi, auspicano che si registrino incrementi simili almeno nella prossima riunione, a giugno. È urgente agire poiché l’inflazione, aggravata dalla guerra russo-ucraina, è ora al livello più alto dall’inizio degli anni ’80. L’indice Pce, quello preferito dalla Fed, ha mostrato a marzo un aumento dei prezzi del 6,6% nell’arco di un anno.

Secondo l’altro indice, l’Ipc, calcolato in modo diverso, l’inflazione ha raggiunto il picco dell’8,5%, il ritmo più veloce dal dicembre 1981. Alla riunione le discussioni si prospettano intense, poiché i leader della potente istituzione sono sul filo del rasoio. Infatti, accanto alle pressioni inflazionistiche, alimentate anche dai recenti lockdown in Cina che hanno accentuato i problemi nelle catene di approvvigionamento globali, la crescita sta rallentando in tutto il mondo. Gli strumenti della Fed sono considerati i più efficaci per moderare la domanda e quindi rallentare l’inflazione. Oltre ai tassi di interesse, la Fed dovrebbe iniziare a ridurre il proprio bilancio, un altro passo importante verso la normalizzazione.

La sfida è calmare la domanda senza bloccarla, perché i consumi restano il motore principale della crescita statunitense. Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti si è contratto dell’1,4% nel primo trimestre. Non abbastanza per cambiare il corso della Fed, tuttavia ritiene Gregory Daco, capo economista di EY Parthenon, osservando che il dato riflette una domanda interna molto forte. “Gli americani viaggiano, anche se i biglietti aerei sono costosi, vanno al cinema e a teatro, i ristoranti sono pieni”, ha detto. Come molti economisti, quindi, si aspetta che la Fed alzi i tassi di mezzo punto non solo mercoledì, ma anche in occasione dell’incontro di giugno. Sebbene una recessione non sia vista come imminente, alcuni esperti però non la escludono all’inizio del prossimo anno, se i prezzi dovessero rimanere elevati nonostante gli aumenti dei tassi.

“Il lavoro della Fed è estremamente complesso, non solo per le condizioni economiche interne di difficile interpretazione, ma anche per un contesto di ripresa economica globale desincronizzata”, ammette l’esperto. Jerome Powell, che terrà la sua tradizionale conferenza stampa mercoledì nella serata italiana, potrebbe rivelare quanti aumenti la commissione intende applicare quest’anno. “Se la Fed vuole davvero effettuare un atterraggio morbido”, in altre parole stringere la politica monetaria senza far precipitare l’economia nella recessione, “deve mostrare dove si trova la pista di atterraggio e quando conta di arrivarci”, insiste Gregory Daco. Ma per gli economisti di Bnp Paribas “difficile che Jerome Powell dia una cifra precisa” o un livello di tasso mirato alla fine di questo incontro.

Ma cosa succederà dopo mercoledì? Si chiedono i mercati internazionali. Secondo gli analisti di Goldman Sachs l’attenzione non sarà tanto sul ritocco, dato per scontato, quanto piuttosto sui commenti che saranno offerti da Powell al termine della riunione. All’interno del direttivo i ‘falchi’ vorrebbero una stretta più rapida delle attese. Il presidente della Fed di St. Louis, James Bullard, ad esempio, ha recentemente indicato la possibilità di un futuro ritocco di 75 punti base. “Consideriamo improbabile una tale accelerazione della stretta, soprattutto perchè diversi partecipanti del Fomc hanno sottolineato che non vedono un aumento di 75 punti base come appropriato”, hanno però scritto gli esperti di Goldman Sachs.

I verbali della riunione del Fomc di marzo hanno inoltre aperto la porta alla vendita di titoli garantiti da ipoteca (Mbs) durante il processo di riduzione del bilancio. L’ipotesi degli esperti è che il Fomc non lo farà, dato che i suoi membri hanno una forte preferenza per l’utilizzo del tasso politico come strumento principale per regolare la politica monetaria e le partecipazioni Mbs come quota del bilancio della Fed molto probabilmente non saliranno mai a un livello scomodo. I dati diffusi venerdì sull’andamento dell’inflazione e dei consumi negli Stati Uniti hanno rinfocolato il dibattito: i prezzi sono aumentati dello 0,9% a marzo in base all’indicatore di inflazione Pce, quello seguito dalla Fed.

Su base annua, l’indice è salito del 6,6% dopo che a febbraio era aumentato del 6,3%. La componente Core Pce, depurata dagli elementi volatili, è aumentata solo dello 0,3% per il secondo mese di fila, e su base annua è diminuita per la prima volta da più di un anno passando dal 5,3% al 5,2%. I redditi delle famiglie statunitensi sono cresciuti dello 0,5% a marzo, oltre il +0,4% previsto dagli analisti ma in frenata rispetto al +0,7% di febbraio. Nello stesso mese, le spese per consumi sono aumentate dell’1,4%, oltre il +1,1% atteso dal mercato e in accelerazione rispetto al +0,6% di febbraio. I consumatori americani appaiono meno quindi propensi a rompere il salvadanaio in tempi di incertezza economica. Ma mentre le aspettative dei consumatori stanno migliorando, l’inflazione sembra essere il freno più pesante per i risparmi. “L’inflazione ha continuato a erodere il potere d’acquisto delle famiglie mentre il reddito reale disponibile è sceso dello 0,4%”, scrive Lydia Boussour, capo economista finanziario statunitense alla Oxford Economics.

“Di conseguenza, le famiglie hanno attinto ai loro risparmi per finanziare le loro spese, dato che il risparmio personale è sceso al 6,2% a marzo – il livello più basso dal dicembre 2013”. Secondo Rubeela Farooqi, capo economista di High Frequency Economics, i dati non hanno impatto sui piani di aumento dei tassi della Fed. Ma occorre guardare anche alla crescita dei salari che stanno prendendo velocità: secondo Ian Shepherdson, capo economista di Pantheon Macroeconomics, potrebbe essere più probabile un secondo rialzo di 50 punti base a giugno; dopo di che il ritmo della stretta potrebbe essere facilmente rallentato dal crollo del mercato immobiliare, ora nelle sue prime fasi, e il prossimo rapido calo dell’inflazione. Importanza rivestirà allora il rapporto dell’Institute for Supply Management’s Us Pmi previsto per lunedi’, che secondo gli analisti mostrerà un aumento. Nel complesso, la produzione manifatturiera continua a espandersi, ma le dislocazioni della rete di fornitura e le carenze di input, che possono intensificarsi nel prossimo termine, sono un rischio al ribasso per il settore.

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