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sabato 28 Maggio 2022

Nucleare, si riapre il dibattito: Elettricità Futura contro Ain

“Esiste una timeline che ordina per maturità tecnologica le diverse soluzioni energetiche. Quando si confrontano le tecnologie è opportuno usare la competitività economica come metro di giudizio, anche se ovviamente non può essere l’unico. Propendere per le rinnovabili rispetto al nucleare è una questione di tempi e di numeri. Si lavora da almeno 20 anni al nucleare di Quarta Generazione, e se ne prevedono almeno altri 30 prima della sua industrializzazione. Peraltro, anche il nucleare di terza generazione non sembra brillare né per costi né per tempistiche di realizzazione”. Così all’AdnKronos Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura.

Il reattore francese di Flamanville 3, ricorda Re Rebaudengo, “sarebbe dovuto entrare in esercizio nel 2014, adesso si stima che diventerà operativo nel 2024. Il costo totale di progetto è arrivato a circa 13 miliardi di euro, è più che quadruplicato rispetto alle prime stime effettuate nel 2014. Quindi, almeno 10 anni di ritardo e almeno costi moltiplicati per 4. L’impianto di Hinkley Point C nel Regno Unito da 3,2 GW doveva originariamente entrare in servizio nel 2017. Ad oggi si stima il 2026, 9 anni di ritardo. I costi di progetto complessivi sono già lievitati del 30%, da 22 miliardi di euro previsti a 28 miliardi di euro”. “Attualmente, per il nucleare non c’è il business case. Le rinnovabili sono le energie più competitive e immediatamente impiegabili per aumentare l’indipendenza energetica del nostro Paese”.

Il mix energetico del futuro di un’economia decarbonizzata? “Necessariamente fondato su rinnovabili e nucleare” ribatte all’agenzia Umberto Minopoli, presidente dell’Associazione italiana nucleare. La questione dei tempi? “Incomprensibile” perché i tempi della transizione ecologica sono “più che sufficienti per immaginare un rientro dell’energia nucleare nel nostro mix energetico”. La crisi dei prezzi precedente alla crisi ucraina, “aveva già messo in evidenza che il problema fondamentale dell’Europa e dell’Italia è quello della diversificazione. Già prima del conflitto, sapevamo che il mix energetico al 2030 e al 2050 deve essere cambiato in base alle esigenze della decarbonizzazione, della crisi climatica e dei target emissivi. La crisi ucraina è stata la conferma”.

“Non possiamo più dipendere dall’importazione di beni energetici. Il mix energetico nei prossimi anni può essere riequilibrato solamente attraverso un ricorso massiccio alle fonti rinnovabili e a fonti energetiche che non dipendano dall’importazione, come l’energia nucleare”. I tempi? “La realizzazione di centrali nucleari, come ogni grande impianto energetico, richiede tempo. Quello delle centrali nucleari attualmente presenti sul mercato e che si stanno costruendo (circa 54 in giro per il mondo) è in media di 10 anni: 5 anni di costruzione e 5 di processi di autorizzazione. La transizione energetica ha delle tappe, al 2030 e al 2050: 10 e 30 anni da oggi che sono un tempo ampiamente disponibile e realistico per erigere nuove centrali nucleari”.

Per il presidente dell’Ain, dunque, “la questione dei tempi si solleva in maniera incomprensibile perché i tempi della transizione energetica consentono ampiamente di introdurre e rafforzare nel mix europeo il nucleare, che già c’è e rappresenta il 25% della produzione elettrica europea. Per l’Italia è un tempo più che sufficiente per immaginare un rientro dell’energia nucleare nel nostro mix energetico”. E il mix energetico del futuro “è necessariamente fondato sulla coesistenza e integrazione di rinnovabili e nucleare. E’ quello verso cui vanno tutti i Paesi industrializzati. Si deve comporre di una larga quota di energia rinnovabile e di un quota di nucleare. Le rinnovabili hanno un limite fisico oggettivo alla loro espandibilità, richiedono molto suolo e sono intermittenti. Serve una quota di energia continuativa che non può che essere quella nucleare”.

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