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venerdì 27 Gennaio 2023

L’economia italiana verso il 2023, cosa succederà l’anno prossimo?

Milano – L’Italia sperimenterà un “forte rallentamento” economico nel 2023: “per l’anno prossimo sarà molto difficile andare molto meglio di come” pensa la Banca d’Italia, “cioè vicino a una crescita sostanzialmente nulla”. A scattare la fotografia dello stato di salute dell’economia italiana è stato il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco che nel weekend, a margine dei lavori del Fondo Monetario Internazionale, ha ricordato “che non puoi avere una politica di bilancio ad ampio spettro quando hai un debito pubblico come quello che abbiamo noi”. In un quadro economico dominato dall’incertezza – le stime “non possiamo prenderle come puntuali” – Visco osserva come nel corso delle riunioni del Fondo la domanda fondamentale è cosa si può fare per l’economia alle prese con l’aumento dei prezzi. “La politica monetaria non può sostenere l’economia come ha fatto durante la pandemia e deve essere molto attenta a evitare che ci siano spirali fra prezzi e prezzi, prezzi e salari, e che le aspettative di inflazione non tendano a salire perché queste si portano dietro i tassi – ha spiegato Visco -. In questo senso la politica monetaria normalizza rapidamente in modo da poter essere più tranquilli però il costo per l’economia c’è, è una tassa questa e bisogna evitare che questa tassa sia in grado di generare movimenti al rialzo di tutti i prezzi”.

Visco ha quindi osservato come “non è la politica monetaria che causa la caduta dell’economia. E’ l’inflazione che causa dell’economia perché porta via potere di acquisto, redditi. La crisi ucraina porta via certezza anche nel commercio internazionale”. Sulla politica monetaria c’è una discussione sul se se deve essere “fortissima e aggressiva subito per evitare di doverlo essere dopo, o se date le differenze fra le diverse aree del mondo – aree in cui c’è molta pressione di domanda come negli Stati Uniti e aree in cui c’è sostanzialmente meno pressione anche sul mercato del lavoro come nell’area euro – se deve essere ugualmente aggressiva e forte”, ha messo in evidenza Visco valutando una normalizzazione della politica monetaria “essenziale”, deve essere “graduale e continua, con sangue freddo e capacità di andare avanti senza esitare ma contemporaneamente facendo attenzione a non creare con essa stessa rischi di stabilità finanziaria. Qualcuno dice che è un sentiero sottile, qualcuno dice che è il crinale difficile: dobbiamo fare attenzione a non cadere però non si può fare altro che andare lungo questo. Non l’ha generate la crisi la politica monetaria, l’ha generata una guerra terribile che deve finire, e questo è al di là della politica monetaria”.

Sullo spread italiano, Visco sostiene che “rifletta forse delle differenze fra paesi e situazioni di debito pubblico che non sono tali da determinare questi valori. Devo dire però che questo dipende dalle percezioni di chi opera nei mercati, che difende gli interessi di chi risparmia e non è soltanto la speculazione, è il timore che ci possano essere rischi molto gravi e per questo si chiede le politiche di bilancio siano attente e prudenti”. Per questo Visco ricorda “le due parole d’ordine delle banche centrali: temporaneo e mirato”, ripetute come un mantra anche dal Fondo. “E’ evidente che non puoi avere una politica di bilancio ad ampio spettro quando hai un debito pubblico come quello che abbiamo noi. Quindi bisogna fare molta attenzione e questo è il punto cruciale”.

Domenico Fanizza, direttore del Fondo Monetario Internazionale per l’Italia, suggerisce: responsabilità fiscale, provvedimenti di spesa coerenti con le politiche monetarie per il contrasto dell’inflazione, accelerazione del Pnrr, indirizzamento degli aiuti ai segmenti della popolazione che ne hanno più bisogno. “L’inflazione – dice – avrà un effetto avverso sulla domanda, per cui le proiezioni del Fondo sono di una leggera recessione. Bisogna stare attenti, le politiche devono adeguarsi alla situazione che cambia”. Secondo Fanizza “l’incertezza maggiore viene dalla guerra e l’impatto sulla Germania. A questo si aggiungono le politiche fiscali molto espansive di Berlino, con il recente annuncio di misure per 200 miliardi, che avrà un effetto avverso sull’inflazione perché non è coerente con la politica monetaria europea. Complicherà la vita e può avere risultati sfavorevoli per la competitività delle industrie italiane. Noi dovremo avere una politica fiscale che non va contro quella monetaria, è fondamentale per limitare i danni. Se la politica fiscale diventa espansiva – aggiunge – complica il compito di quella monetaria. I tassi andranno molto più in alto di quanto sarebbero dovuti andare, in assenza dell’espansione fiscale”.

Quanto all’Italia, “deve rimanere negli obiettivi di bilancio e consolidamento fiscale identificati, ma cercando di sostenere le porzioni della popolazione che ne hanno più bisogno. In particolare sull’energia, dobbiamo muoverci dal sostegno generalizzato a quello mirato”. Al prossimo governo quindi il compito di “continuare politiche fiscali coerenti con quella monetaria. Non possiamo avere una politica monetaria credibile contro l’inflazione, e usare la politica fiscale come leva espansionista. Sarebbe la ricetta per mandare tutto all’aria. Ma questo non vuol dire non sostenere la gente che ne ha bisogno. Invece di dare sussidi per i prezzi della benzina, che toccano chi guida una Panda o una Ferrari alla stessa maniera – osserva il direttore – bisogna fare in modo che gli aiuti raggiungano chi guida la Panda. Esistono tecnologie per i trasferimenti mirati”. Il tetto al prezzo del gas promosso dall’Italia ha senso: “Un conto sono i cap sui prezzi al consumo, un altro quelli ai prezzi dell’energia, dove bisogna contrastare il potere dei venditori. Non è un sussidio, ma una profonda riforma del mercato energetico in Europa”.

Anche l’Associazione delle banche italiane ha la sua soluzione, che punta soprattutto sull’abbattimento delle imposte sull’energia. “Ci troviamo di fronte ad una moltiplicazione dei costi dell’energia e non c’è ancora una riduzione della pressione fiscale – avverte il presidente Antonio Patuelli. Le imprese, soprattutto, e le famiglie pagano molto di più le forniture energetiche ma senza beneficiare di alcun abbattimento delle aliquote fiscali che, al contrario, garantirebbe loro, e mi riferisco in particolare alle imprese, un sollievo immediato, senza ulteriori costi burocratici, rischi di discrezionalità o intercapedini temporali”. “L’accesso ai bonus previsti dalle misure di aiuto del governa – continua – sarebbe invece successivo e non ha senso che l’extra profitto lo faccia lo Stato, appesantendo le condizioni di imprese e famiglie bisognose. Se si pensa di far pagare un’imposta sugli extra profitti alle imprese energetiche non si può poi continuare a farli in proprio come Stato. Certo, non si regala tutto a tutti ma chi ha parametri chiari di necessità non può sopportare oltre al caro energia il successivo aggravio di tasse che sono rimaste quelle di quando l’energia costava un sottomultiplo”.

Patuelli ha visto “le variazioni del gettito fiscale dello Stato nel primo semestre e gli incrementi sono formidabili. Naturalmente la cosa non può che rallegrarmi ma se sono a carico delle aziende e le aziende vacillano, beh, a questo punto meglio ridurre subito la pressione fiscale. Si eviterebbe allo Stato di assumere due spese: da un lato, i bonus magari tardivi, dall’altro la Cassa integrazione per i lavoratori delle imprese cha non riescono a proseguire la loro attività”. Una scelta del genere l’Italia può assumerla da sola, senza cioè chiedere l’ok dell’Ue: “Mi pare che la situazione determinata dall’aumento dei costi dell’energia rientri abbondantemente nei casi di straordinaria necessità ed urgenza di cui parla la Carta. Del resto – conclude il presidente Abi – anche il Decreto di aiuti ter varato dal governo come i precedenti ha come premessa giuridica l’esplosione dei costi energetici. Da qui bisogna però far scaturire le conseguenze più logiche, innanzitutto riducendo la pressione fiscale a chi traballa di più: meglio questo che assistere a crisi aziendali”.

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