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sabato 28 Gennaio 2023

Italia, debiti a costi alti e meno liquidità: dopo Ficht, Ue e Bankitalia, i dati Confindustria

Roma – L’economia italiana mostra ancora segni di rallentamento mentre persiste il caro-energia. Dopo le previsioni del Pil 2023 a -0,4% confermate dal rating Fitch, e le preoccupazioni della Commissione Ue per l’elevato debito, a novembre la Congiuntura Flash di Confindustria diffusa sabato rileva infatti che il prezzo del gas in Europa sta risalendo rapidamente a novembre (89 euro/ mwh in media, 118 l’ultimo dato), dopo la netta flessione dai picchi registrata ad ottobre (72 euro medi); tale andamento, sottolineano gli analisti di Confindustria, riflette le alterne notizie sull’offerta russa di gas, ma anche le difficili e prolungate trattative UE su un eventuale price cap. Il petrolio resta caro, ma sotto i picchi, continuando ad oscillare da settembre intorno a 90 dollari al barile (da 123 a giugno): l’estrazione mondiale si è riportata da agosto sopra i consumi in frenata e quindi le scorte Ocse risalgono.

L’inflazione record ed il rialzo dei tassi frenano l’economia a fine 2022. Stando ai dati Confindustria, fino al 3° trimestre l’economia italiana ha resistito al caro-energia oltre le aspettative: in aggregato, il Pil è cresciuto (+3,9% ‘acquisito’ per il 2022, +0,5% in estate). Il turismo in espansione è stato il principale driver. L’industria ha continuato a reggere in termini di produzione, a fronte di costi altissimi, con ampia eterogeneità tra settori, ma la situazione tesa sui margini non giova agli investimenti. Un aiuto viene dalla (limitata) flessione dei prezzi delle commodity non energetiche e dagli interventi del Governo per compensare (in parte) i rincari energetici. Le costruzioni hanno frenato. I fallimenti totali sono aumentati di poco. Ma nel 4° trimestre si rischia un calo: gli indicatori qualitativi sono nel complesso negativi; il prezzo del gas resta alto, da troppi mesi; l’inflazione che ne deriva (+11,8% annuo) erode reddito e risparmio delle famiglie e avrà un impatto negativo sui consumi; il rialzo dei tassi si sta accentuando, un’altra zavorra sui costi delle imprese.

C’è meno liquidità e le imprese si indebitano a costi alti. L’impennata dell’inflazione nell’Eurozona (+10,6% annuo), dovuta per lo più ai rincari di energia e commodity, ha indotto la Bce ad alzare i tassi di interesse (al 2,00%). Se, da un lato, – rilevano gli analisti di Confindustria- ciò potrebbe in parte contenere l’inflazione (frenando le aspettative sui prezzi), rischia però di peggiorare lo scenario, almeno nel breve periodo. Impatto sui tassi a lunga. Il rialzo dei tassi Bce ha rafforzato il trend di aumento dei tassi sovrani in tutta Europa (pur con qualche rientro di recente), che era già in atto da inizio anno sulla scia dei Treasury americani. Il Bund a 10 anni è salito a 2,10% in media a novembre, da -0,31% a fine 2021. Si sono ampliati anche gli spread col Bund: in Italia +1,90 a novembre, da +1,28. Il rendimento del BTP italiano ha riflesso tali rialzi, arrivando al 4,00% a novembre, da 0,97% a fine 2021.

In Italia, evidenzia ancora la Congiuntura Flash di Confindustria diffusa oggi, il tasso sul Btp è storicamente cruciale per determinare il costo della raccolta bancaria e, quindi, il tasso che le banche applicano al credito per le imprese (e le famiglie). Aumenta il costo del credito. Il rialzo, in effetti, ha già iniziato a trasferirsi sui tassi pagati dalle imprese in Italia, che fino a settembre sono aumentati di quasi un punto (da 1,74% a 2,59% per le Pmi; da 0,76% a 1,69% per le grandi) e sembrano destinati a salire molto di più. Ai valori attuali, considerando il rinnovo dei prestiti in scadenza entro un anno e anche la quota di operazioni a tasso variabile (maggiore dal 2020 rispetto agli anni precedenti), si stima che il costo del credito per le imprese aumenta di +2,3 miliardi in un anno, che rischiano di diventare +6,8 miliardi se il rialzo dei tassi seguirà pienamente quello del Btp. Il rincaro del credito, spiega l’analisi, riguarda naturalmente anche le famiglie italiane: il tasso Taeg per il credito al consumo è già salito da 8,08% a 8,83% a settembre, quello medio sui mutui casa da 1,78% a 2,65%.

Erosione della liquidità. L’aumento dei tassi sul credito si innesta su una situazione già difficile. Dopo il recupero del 2021, in Italia il livello di liquidità delle imprese, rispetto alle esigenze operative, si sta deteriorando rapidamente dall’inizio del 2022. Il calo è più significativo per le piccole e medie imprese. L’indicatore qualitativo non è ai minimi del 2020, ma la rapida flessione è preoccupante. E sembra riflettere le maggiori risorse (appunto liquide) che vengono assorbite dai pagamenti mensili per gli input, specie energia. Prestiti in aumento, a fatica. L’indagine Banca d’Italia mostra, coerentemente, che è cresciuta molto nel 2° e 3° trimestre 2022 la domanda di credito a breve termine da parte delle imprese, mentre si è ridotta quella per il lungo termine. Le imprese, secondo l’indagine, chiedono più prestiti per scorte e capitale circolante, meno per investimenti: un chiaro sintomo di scenario di emergenza. Sul fronte dell’offerta bancaria si registrano segnali di irrigidimento da inizio 2022, soprattutto per il peggioramento delle prospettive economiche, ma anche per difficoltà degli istituti su capitale e raccolta (che non si registravano dal 2012).

Gli analisti rilevano quindi che il risultato è il ritorno alla crescita sia dei prestiti alle imprese (+4,4% annuo a settembre; picco di +8,7% nel 2020), sia della quota di imprese che non li ottiene (7,8% nella manifattura nel 3° trimestre, 4,5% a fine 2021). Anche la dinamica del credito alle famiglie ha accelerato nel 2022, sebbene meno (+4,2% a settembre). Indebitamento già elevato. Le imprese italiane, però, già appesantite dall’indebitamento emergenziale del 2020, necessario nel lockdown con i fatturati azzerati, avrebbero bisogno oggi di alleggerire il peso del debito, anzitutto allungando i tempi di rimborso dei prestiti già in essere, invece di tornare a indebitarsi ulteriormente. Inoltre, nella misura in cui l’esigenza di liquidità, indotta dal caro-energia, conduce a debito addizionale, ciò avviene a tassi crescenti sulle nuove operazioni: l’onere del debito, dunque, cresce due volte. Freno agli investimenti (e ai consumi) è l’altro capitolo su cui la Congiuntura Flash accende un faro. Tutto ciò, concludono gli analisti di Confindustria, assottiglia le risorse delle imprese disponibili per realizzare investimenti e lo fa in uno scenario che aveva già virato in direzione recessiva. L’onere del debito, infatti, assorbirà una quota crescente del fatturato delle aziende, se non si agisce sui prezzi dell’energia e se i tassi ufficiali continueranno a salire, come annunciato. In parallelo, lo stesso avviene nei bilanci delle famiglie che, a fronte di maggiori rate per mutui e altri prestiti, si ritrovano con meno risorse per i consumi di beni e servizi.

La produzione industriale ha mostrato un calo marcato a settembre (-1,8%), ma nella media del 3° trimestre è scesa poco (-0,4%). La manifattura ha tenuto bene (-0,1%): tale dato, letto insieme alle scorte in rapido aumento nel settore da aprile, suggerisce che alcune imprese hanno anticipato produzione, prima dell’aumento dei prezzi energetici effettivamente pagati (alla scadenza dei contratti pre-crisi). Questo, osservano gli analisti, potrebbe preludere a una caduta marcata nei prossimi mesi. E gli indicatori qualitativi sono peggiorati, tracciando la rotta per un più pesante segno meno nel 4° trimestre: il Pmi in ottobre è sceso ancor più in area negativa (46,5); i giudizi sugli ordini proseguono la flessione (-9,6 a novembre); la fiducia delle imprese manifatturiere resta compressa. Uno stop nelle costruzioni. Nelle costruzioni si conferma la frenata, che era segnalata dagli indicatori sui cantieri in forte calo. La produzione del settore è cresciuta poco a settembre (+0,2%) e nella media del 3° trimestre registra una flessione (-2,2%), dopo ben 6 trimestri consecutivi in forte espansione. Servizi e consumi sono invece andati bene in estate. Il recupero del turismo in Italia ha fatto proseguire il rimbalzo dei servizi nel 3° trimestre: la spesa dei viaggiatori stranieri in agosto è salita per la prima volta oltre i valori pre-Covid e a settembre è arrivata a +11,4% (da -1,4% a luglio).

La maggiore spesa per servizi va di pari passo col recupero dei consumi, ma crescono pure le vendite al dettaglio di beni, a ritmo sostenuto inglobando i maggiori prezzi (+1,2% nel trimestre; +2,1% gli alimentari). Per il 4° trimestre, segnali misti: in ottobre il Pmi servizi è sceso (46,4 da 48,8), a novembre la fiducia dei consumatori ha recuperato. A settembre l’export è tornato a crescere, grazie alle vendite extra-Ue (che cedono però in ottobre). Stando alla Congiuntura Flash, nella media del 3° trimestre la dinamica è stata robusta (+2,7% in valore), ma anche per l’aumento dei prezzi (+1,1% in volume). L’espansione delle vendite italiane è trainata dal mercato Usa, specie nel farmaceutico e abbigliamento, anche grazie all’euro debole. Fiacche, invece, le esportazioni verso Cina e Giappone e ridotte le vendite in Russia (di circa un terzo). Negative le indicazioni sugli ordini manifatturieri esteri, molto deboli in ottobre. In prospettiva peserà la debolezza della domanda estera, specie in Europa, a causa di incertezza e inflazione. Il commercio mondiale si conferma in crescita, seppur a ritmo calante, a fronte di indicazioni qualitative negative da mesi.

Anche per la Banca d’Italia, del resto, “i rischi per la stabilità finanziaria sono aumentati negli ultimi mesi, principalmente a causa della persistente instabilità geopolitica, dell’incremento delle pressioni inflative e del peggioramento delle prospettive di crescita”. Tuttavia – sottolinea il rapporto sulla Stabilità finanziaria reso noto un paio di giorni fa – “il sistema bancario, le famiglie e le imprese sono nell’insieme più solidi rispetto a passati episodi di turbolenza”. In Italia “nel medio periodo il quadro complessivo resta condizionato dalle prospettive di evoluzione” dei “fattori di instabilità” legati alla congiuntura internazionale “tesa”, alle tensioni geopolitiche, all’incremento delle pressioni inflative, e “permangono inoltre criticità legate all’elevato debito pubblico e al rischio di un ritorno a una condizione strutturale di bassa crescita”.

“L’economia mondiale – osserva l’istituto di Via Nazionale – è fortemente condizionata dall’elevata inflazione, dalle difficoltà di approvvigionamento energetico e alimentare, nonché dal rallentamento dell’economia cinese. Le banche centrali di molti paesi stanno proseguendo nel processo di normalizzazione della politica monetaria per contrastare le pressioni inflazionistiche”. Per Bankitalia, “le condizioni sui mercati finanziari internazionali sono peggiorate dalla primavera scorsa. Il rapido rialzo dei tassi di interesse a lungo termine e il rallentamento economico hanno determinato forte volatilità e un peggioramento della liquidità. Il peggioramento congiunturale si riflette sulla crescita attesa per il prossimo biennio”. Lo afferma la Banca d’Italia che stima una crescita dello 0,3% nel 2023 e dell’1,4% nel 2024, “in forte calo rispetto a quanto previsto per il 2022”. Tuttavia le stime contenute nelle Proiezioni macroeconomiche per l’economia italiana, non incorporano il dato sul Pil del terzo trimestre (in aumento dello 0,5 per cento), superiore alle attese, che porterebbe a una leggera revisione al rialzo delle previsioni per il 2023.

“Le stime non si discostano in misura significativa da quelle tendenziali contenute nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza 2022 pubblicata all’inizio di novembre (0,3 per cento nel 2023 e 1,8 nel 2024) e da quelle degli altri principali analisti”. Per quanto riguarda le imprese italiane “la situazione finanziaria risente del rallentamento dell’attività economica, dei rincari dei prodotti energetici e dell’aumento dei tassi di interesse. L’indebitamento è aumentato ma la capacità di servizio del debito permane elevata”. Infine, “la forte ripresa della redditività registrata lo scorso anno si è attenuata. Gli utili delle società quotate attesi per il 2023, tuttavia, restano superiori a quelli del 2022, ad eccezione del settore dell’energia. L’indebitamento – conclude la nota – è aumentato nei mesi estivi e le condizioni di offerta del credito stanno diventando piu’ restrittive. La capacità di rimborso resta buona, in ragione del recupero della redditività, dell’elevata liquidità e della leva finanziaria contenuta. In prospettiva, la vulnerabilità del settore rimarrebbe limitata, a meno di un deterioramento delle condizioni economiche molto maggiore delle attese”.

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