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lunedì 30 Gennaio 2023

Greentech e incentivi, prove di dialogo tra Usa e alleati

Milano – Segnali di disgelo tra Stati Uniti ed Europa sulle politiche di incentivi alle tecnologie green. L’amministrazione Biden sembra aver accolto le osservazioni dell’Unione europea – ma anche degli alleati asiatici – che chiede ormai da mesi di aprire un dialogo dopo la svolta protezionista americana determinata dalla firma del presidente americano sull’Inflaction Reduction Act (IRA) dello scorso agosto. In una nota diffusa lunedì scorso dal Dipartimento del Tesoro è stato infatti rimandata a marzo la pubblicazione delle linee guida per le imprese che vogliono accedere all’enorme piano di incentivi per lo sviluppo e la produzione di soluzioni per combattere il cambiamento climatico –ad esempio batterie e auto elettriche – aprendo lo spazio per un confronto con gli alleati sulla posizione delle imprese straniere che operano negli Stati Uniti.

L’IRA è un disegno di legge approvato dal Congresso americano che comprende un piano di investimento di oltre 369 miliardi di dollari e mira, appunto, a promuovere soluzioni climatiche come eolico e solare, energia nucleare, cattura e stoccaggio del carbonio, energia geotermica e combustibili a zero emissioni di carbonio e include importanti disposizioni per ridurre le emissioni di metano. Il presidente Joe Biden l’ha definita “l’azione più aggressiva di sempre […] nell’affrontare la crisi climatica e nel rafforzare la nostra sicurezza economica ed energetica”. Il problema, secondo gli alleati degli Stati Uniti, è che questo piano di incentivi sarebbe riservato solo alle imprese che producono o assemblano i loro prodotti nel Paese, tagliando fuori quelli che esportano negli Stati Uniti i prodotti finiti e incentivando a delocalizzare le loro produzioni oltreoceano, con tutte le conseguenze socio-economiche per gli Stati di origine che simili operazioni possono determinare. Una politica nata per contrastare il predominio cinese nelle tecnologie green – dai pannelli solari alle materie prime chiave per la transizione ecologica – ma che ha finito per scontentare anche alcuni storici partner commerciali di Washington.

Il settore che maggiormente ha fatto sentire la propria voce negli ultimi mesi è stato quello dell’automotive e non è un caso che a muoversi per difendere i loro costruttori siano stati Francia e Germania. Il ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck e il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire hanno affidato ad una nota congiunta le richieste da presentare alla Casa Bianca, affermando che è nell’interesse reciproco degli Stati Uniti e dell’Ue “trovarsi su un terreno comune” in merito allo stallo sui 369 miliardi di dollari destinati alle tecnologie green dall’Inflaction Reduction Act. “È nel nostro reciproco interesse trovare rapidamente un terreno comune qui ed evitare modifiche del level playing field tra partner, in un momento di cooperazione e fiducia per affrontare la guerra russa contro l’Ucraina”, hanno sottolineato nel comunicato riportato dal Financial Times, chiedendo maggiore trasparenza da entrambe le parti nel segnalare le sovvenzioni verdi che vengono erogate.

Nella stessa situazione si trova anche il Regno Unito che attraverso una lettera inviata dal segretario al Commercio britannico, Kemi Badenoch, citata dal Times ha espresso al suo omologo a Washington le sue preoccupazioni, incluse quelle per un settore le cui esportazioni verso gli Stati Uniti valgono 4,3 miliardi di sterline l’anno. Ma richieste analoghe sono arrivate a più riprese negli ultimi mesi anche dalla Corea del Sud, che teme per i suoi gruppi automobilistici e produttori di batterie, e nelle ultime settimane anche dal Giappone, preoccupato dai risvolti di tali politiche sulle attività di Toyota.

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