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sabato 1 Ottobre 2022

Fed, occhio di bue su Jackson Hole: mercati in ansia per il falco Powell

Milano – I mercati zoppicano in attesa del meeting di Jackson Hole, in cui venerdì parlerà il numero uno della Fed, Jerome Powell. Non c’è quasi più traccia del recente rally estivo e al suo posto è subentrato il timore che la banca centrale americana rafforzi il suo impegno per contenere l’inflazione, mantenendo a lungo alti i tassi. “Quando si vede Wall Street venire giù così rapidamente, vuol dire che il mercato sta suggerendo alla Fed di essere più aggressiva per ridurre l’inflazione anche a costo di rallentare ulteriormente l’economia” dice Robert Cantwell, gestore di portafoglio a Upholdings. Sui mercati pesano in negativo anche i rialzi dei prezzi dell’energia in Europa, che alimentano i timori di recessione, che manda i rendimenti obbligazionari al rialzo e fa calare i prezzi del petrolio, a parte degli sporadici rimbalzi.

“Complessivamente questa settimana grossi dati non ce saranno – commenta Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte – tutto ruoterà intorno a quello che dirà Powell venerdì alle 16 a Jackson Hole. Poi inizierà un mese di settembre ‘tosto’, in cui emergeranno due fattori di criticità, che sono il tema dolente dell’energia in Europa e quello del Quantitative Tightening della Fed negli Stati Uniti. In altre parole la Federal Reserve dovrebbe fare un po’ più sul serio per quanto riguarda la riduzione del bilancio, il che significa che ci sarà un maggiore drenaggio di liquidità. Insomma non sono in arrivo buone notizie per i mercati: tassi più alti e minore liquidità, sono due fattori che decisamente gli investitori non apprezzano. L’impressione è che dopo i rally di luglio e della prima metà di agosto i mercati cominceranno a tirare un po’ i remi in barca”.

Il macigno è la prospettiva di un aumento dei tassi. La Fed ha già alzato il costo del denaro tre volte quest’anno e i mercati si aspettano un altro strappo di almeno 50 punti a settembre. Per fine anno l’aspettativa è che i tassi, che ora sono al 2,5%, arrivino al 3,5%, il che significa alzarli ancora di un altro punto, distribuito mezzo punto a settembre e un quarto di punto a novembre e a dicembre. Sarà un Jerome Powell più ‘falco’ che ‘colomba’ quello che venerdì prossimo alle 16 italiane parlerà al simposio di Jackon Hole. Il presidente della Federal Reserve utilizzerà il suo discorso al meeting annuale dei banchieri per sottolineare che la banca centrale proseguirà nei suoi sforzi per domare l’inflazione galoppante negli Stati Uniti, anche se questo significasse una brusca battuta d’arresto della crescita economica. In una sola parola, recessione.

Ne sono convinti molti analisti, tra cui Lou Crandall, capo economista di Wrightson Icap, secondo cui “il messaggio centrale sarà l’ostinata determinazione della Fed a ridurre l’inflazione, anche se sanno di correre rischi sostanziali di una prospettiva di crescita a breve termine più debole di quanto vorrebbero”. I verbali della riunione della Fed di luglio diffusi mercoledì scorso hanno chiarito questo punto. Secondo il report, prosegue nella sua riflessione Crandall, i funzionari della Fed “hanno riconosciuto che la stretta di politica monetaria potrebbe rallentare il ritmo della crescita economica, ma hanno considerato come fondamentale l’obiettivo di tornare a un’inflazione al 2% per ottenere la massima occupazione su base sostenibile”.

Per Crandall “l’impennata dell’inflazione è arrivata a un tale livello che non hanno altra scelta che accettare il rischio” di recessione, ha aggiunto. I prezzi al consumo negli Stati Uniti corrono a un tasso annuo dell’8,5% a luglio, ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della Fed. Le preoccupazioni per un’imminente recessione si sono attenuate con il solido rapporto sull’occupazione di luglio e i segnali che i consumatori stanno ancora spendendo. La Fed si è mossa rapidamente quest’anno per aumentare il tasso di riferimento. Da marzo, ha spinto il suo tasso sui fed funds a un intervallo compreso tra il 2,25% e il 2,5%. Il board dell’istituto centrale sta discutendo se la Fed avvierà il terzo rialzo consecutivo del tasso di 0,75 punti nella prossima riunione del 20-21 settembre. Gli economisti sono divisi sul fatto che Powell fornisca a Jackson Hole qualche indicazione sull’entità dell’aumento previsto di settembre. E non si aspettano che il numero uno della Fed faccia luce sull’incognita chiave: fino a che punto dovranno aumentare i tassi d’interesse per far calare l’inflazione.

Secondo Carl Tannenbaum, capo economista presso il Northern Trust, Powell cercherà di sostenere la causa per un altro rialzo da 75 punti percentuali a settembre. “Penso che dirà con passione, e lo sosterrà con i fatti – ha affermato l’esperto – che sul lungo termine essere adesso così duri sarà molto meglio per il mercato del lavoro, molto meglio per i mercati e molto meglio per la crescita”. Stephen Stanley, capo economista di Amherst Pierpoint, si aspetta invece che Powell adotti una prospettiva più ampia e non si concentri sul prossimo incontro politico: “Se fossi in lui – ha osservato – non mi concentrerei sul fatto che a settembre il rialzo sarà di 50 o di 75 punti”. E ha aggiunto: “I funzionari della Fed che hanno parlato nelle ultime due settimane hanno affermato che l’entità del rialzo a settembre dipenderà dai dati macro che arriveranno. E tra Jackson Hole e il prossimo meeting del Fomc ci sarà un altro ciclo di dati mensili”.

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