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lunedì 5 Dicembre 2022

Tlc, TIM e Vodafone uniti contro l’Iva

Il numero uno di Vodafone Italia, Aldo Bisio sollecita una serie di azioni per il settore delle tlc “non differibili”, quali la riduzione dell’IVA, affermando che “è così urgente da non poter essere accettata per il primo gennaio 2024 ma deve essere anticipata al primo gennaio 2023”, perché altrimenti “si bloccano gli investimenti. Teniamo conto che i 7 miliardi di investimenti di questo settore non ci sono e che l’Europa e con essa l’Italia hanno già quattro anni di ritardo sugli Stati Uniti e 4-5 sulla Cina e sui coreani. Se blocchiamo gli investimenti, questo ritardo diventa decennale”, ha ricordato Bisio, intervenendo al Forum nazionale delle telecomunicazioni di Asstel e citando un report del World Economic Forum, secondo cui l’economia abilitata dal 5G è pari quasi al PIL della Cina ed affermando che “nei prossimi 15 anni si svilupperà una nuova Cina, dalla quale l’Europa rischia di restar tagliata fuori”.

Altro problema – ha concluso – è se gli Over The Top debbano partecipare agli investimenti perchè a fronte del 56% di traffico che generano sulla rete, pesano come costo sulle Telco per 36-40 miliardi: se solo si intervenisse con metà di quel valore, cioè per una ventina di miliardi, si avrebbe un moltiplicatore di valore economico da qui al 2026 di circa tre volte e mezzo, pari a circa 75- 80 miliardi di Pil aggiuntivo sulla filiera e circa 900.000 posti di lavoro a livello europeo. “Gli obiettivi del digital decade rischiano di saltare e, tra gli obiettivi più importanti, ci sono quelli di assicurare competitività alle imprese”, ribadisce l’Ad di Vodafone, citando anche uno studio di Deloitte, che rivela che i fondi dell’ERF, l’European Recovery Fund, sono sufficienti a coprire solo il 46% del gap di investimenti accumulato dall’Europa. La soluzione – spiega il manager è avere accesso di capitale perchè le aziende non sono più in grado di autofinanziarsi. “Bisogna quindi che ci sia un contributo fair da parte dei grandi hyperscalers sui grandi investimenti che le infrastrutture richiederanno”, ha concluso Bisio.

D’accordo l’amministratore delegato di TIM Pietro Labriola: “Il 22% è l’aliquota per i beni di lusso” ha detto nel corso di una recente intervista tv sottolineando che “per l’energia elettrica paghiamo il 10% e per il gas il 5”. La telefonia è diventato un bene essenziale “non si può stare un’ora senza telefonia e se è un bene essenziale perché bisogna pagare il 22% di IVA? Questo permetterebbe da un lato di continuare ad avere un prezzo basso per i clienti finali e dall’altro alle aziende di recuperare un po’ di redditività”. La rete unica è un modo per affrontare un grande investimento garantendo un ritorno, ha poi aggiunto Labriola, evidenziando come “in passato siamo stati in grado di sostenere investimenti elevati per un’unica rete come quella del rame e li abbiamo potuti fare perché Telecom operava in regime in monopolio”. “Ora – ha spiegato il top manager – siamo di fronte alla necessità di una nuova ondata di investimenti e per esempio, non sento dire in giro che c’è la necessità di costruire due ponti sullo stretto di Messina o di costruire due linee per l’Alta velocità sulla Napoli-Bari”.

“Ne vogliono costruire uno solo – ha aggiunto – perché l’investimento deve garantire un ritorno e se si costruisce due infrastrutture non c’è ritorno”. TIM – ha detto ancora Labriola – è “un’azienda industrialmente sana” che deve però risolvere “il problema del debito” legato ancora alla vecchia OPA di Olivetti del 1999. Quanto al Brasile – dove TIM è partito come “operatore low cost, con i prezzi più bassi e ora è diventato uno dei migliori operatori” – l’AD – il gruppo telefonico è “il secondo operatore al mondo come ritorno sull’investimento e il migliore operatore sudamericano”. “Stiamo andando molto bene abbiamo guidato il percorso di ‘market repair’. Abbiamo guidato il percorso per ridurre gli operatori da 5 a 3 e abbiamo comprato il 4/o”. In Brasile – ha spiegato Labriola – il cliente “paga 10 di euro come in Italia, ma con una capacità di spesa completamente differente”, tanto che “il reddito di disoccupazione in Brasile è l’equivalente di 200 euro”.

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