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martedì 6 Dicembre 2022

Tassi, per frenare l’inflazione si genera recessione: l’alert di Visco e i rating

Roma – L’agenzia di rating Moody’s non ha aggiorna il giudizio sull’Italia, che era in calendario per il 30 settembre. Sul sito dell’agenzia Usa si legge che “non sono stati aggiornati i rating della città di Budapest, del governo della Bulgaria, della città di Goteborg e del governo dell’Italia”. Ad oggi Moody’s valuta l’Italia con giudizio Baa3 e outlook negativo. Le prospettive sono state abbassate (outlook da stabile a negativo) il 5 agosto, a causa delle incertezze conseguenti alle dimissioni del governo Draghi e i dubbi sulla capacità di rispettare il sentiero di riforme previsto dal Pnrr, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. All’indomani del voto, Moody’s aveva mandato un avviso all’Italia, sottolineando cinque punti chiave: entità del debito pubblico, Pnrr, costo dell’energia, inflazione, costo del finanziamento (in una fase di rialzo dei tassi). Sarah Carlson, vicepresidente senior del gruppo americano, aveva sottolineato che “il prossimo governo italiano deve affrontare una serie di sfide significative sul fronte del debito, in particolare l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza del Paese”. E le altre agenzie? Standard And Poor’s Global Rating Il 26 luglio ha rivisto al ribasso l’outlook sul rating “BBB” portandolo a stabile da positivo, a causa dei rischi sulle riforme che avrebbero potuto pesare per le elezioni anticipate dopo le dimissioni del presidente del Consiglio Mario Draghi. Il prossimo giudizio è in programma il 21 ottobre. Fitch Il 27 maggio scorso ha confermato il rating BBB per l’Italia, l’outlook e’ stabile. Si pronuncerà di nuovo sull’Italia il 18 novembre. Dbrs a luglio ha confermato il rating a BBB (high), che corrisponde a BBB+ per le agenzie principali, con un trend stabile. Il prossimo giudizio sarà il 28 ottobre.

E’ in questo contesto che è giunto l’allarme del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco venerdì sera, a chiusura della settimana tutt’altro che brillante sui mercati. “Desta preoccupazione il forte deterioramento delle previsioni di crescita, la cui causa ultima è costituita dallo shock energetico e dalle sue conseguenze sul potere d’acquisto dei redditi e sui profitti delle imprese”, ha detto. Nella “normalizzazione della politica monetaria” – ha spiegato Visco – il Consiglio direttivo della Bce “si trova ora di fronte a un difficile dilemma. L’aumento dell’inflazione è oggi accompagnato da un brusco deterioramento delle prospettive di crescita economica, che riflette la perdita di potere d’acquisto dei redditi. In questo contesto, rialzi dei tassi eccessivamente rapidi e pronunciati finirebbero per aumentare i rischi di una recessione. Qualora il deterioramento delle prospettive economiche si rivelasse peggiore del previsto, un eccessivo anticipo nella normalizzazione dei tassi ufficiali potrebbe risultare sproporzionato – ha detto – minando la fiducia del pubblico nelle nostre azioni e rendendo paradossalmente più difficile il mantenimento della stabilità dei prezzi nel medio periodo”. Secondo Visco “si tratta di un rischio che merita di essere attentamente considerato”, allo stesso modo con cui si tiene presente il rischio, all’opposto “di lasciare che l’inflazione resti eccessivamente alta per troppo tempo”.

Come tutti i governatori di banche centrali dell’eurozona, Visco siede nel consiglio direttivo della Bce. “Anche se le aspettative d’inflazione a lungo termine restano ancorate e la crescita salariale rimane moderata, la forte dinamica dei prezzi e la necessità di aumentare i valori estremamente bassi raggiunti, in termini reali, dai tassi di interesse a breve richiedono che i tassi ufficiali continuino a salire”, prosegue sottolineando che “l’elevata incertezza che circonda le prospettive economiche, tuttavia, suggerisce prudenza nel fissare il ‘ritmo’ dei rialzi dei tassi e sconsiglia vivamente di mirare a raggiungere un valore terminale predeterminato per i tassi ufficiali”. Al momento nell’area euro “non vi è evidenza di uno scostamento delle aspettative” di inflazione a medio termine dall’obiettivo di stabilità dei prezzi della Bce (2%), “nè vi sono segnali di avvio di pericolose spirali tra prezzi e salari”. Quanto alle “differenze tra Stati Uniti e area dell’euro nel peso relativo dei fattori di domanda e di offerta e nella dinamica dei prezzi al netto delle componenti più volatili spiegano perché, a fronte di un’inflazione complessiva che ha raggiunto valori simili, la normalizzazione della politica monetaria avviene con velocità e tempi diversi. Queste differenze suggeriscono anche che ipotizzare che la Bce segua ciecamente la Riserva federale nei prossimi mesi potrebbe essere un grave errore”.

Per il Governatore, il contenimento degli effetti dello shock dovuto ai prezzi dell’energia richiede “non solo una risposta incisiva e adeguata da parte della politica monetaria, ma anche la responsabilità delle parti sociali e il contributo della politica di bilancio. Occorre comprendere che, come per la ‘tassa dello sceicco’ degli anni Settanta, lo shock è un onere ineludibile per l’intera area dell’euro, e soprattutto per i paesi più colpiti, come è senza dubbio l’Italia”. Ma “il tentativo di annullarne completamente l’impatto sui redditi da lavoro e da capitale sarebbe vano e finirebbe inevitabilmente per avere ripercussioni sull’inflazione”. “Per prevenire questo esito, la politica di bilancio può ridistribuire gli effetti dello shock tra consumatori, fattori produttivi, generazioni presenti e future, con interventi mirati e temporanei a sostegno delle famiglie e delle imprese più colpite. Non si possono infatti ignorare le conseguenze redistributive e allocative di quanto avviene sul fronte dell’energia. Se tuttavia si decidesse di far pesare la redistribuzione soprattutto sulle generazioni future essenzialmente con l’emissione di debito pubblico – ha detto Visco – si rischierebbe di caricare queste ultime di oneri ingiusti e di alimentare ulteriormente l’inflazione attuale e attesa”. “Per l’Italia, ciò comporterebbe anche il rischio di far deragliare il debito pubblico dal percorso di rientro, in rapporto al prodotto, iniziato lo scorso anno. Un percorso – ha ricordato il governatore – necessario per preservare la possibilità di ritorno a una crescita economica forte e duratura”.

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