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lunedì 8 Agosto 2022

Stagflazione, incubo a occhi aperti: dove stiamo andando

Milano – Nell’ultimo periodo si è tornati a parlare di stagflazione, un fenomeno che vede contemporaneamente la risalita del prezzi (inflazione) e la stagnazione dell’economia. Questa combinazione spesso coincide con forti rialzi dei prezzi del petrolio, come negli anni 70. In seguito all’aumento dei costi delle materie prime e dei beni energetici, al conflitto in Ucraina e alle difficoltà post pandemia Covid-19, si è registrata una forte crescita del tasso inflattivo che preoccupa tutti i paesi dell’area euro e non solo. L’attuale congiuntura ricorda gli anni ’70 sotto tre aspetti chiave: persistenti perturbazioni dal lato dell’offerta che alimentano l’inflazione, precedute da un lungo periodo di politica monetaria altamente accomodante nelle principali economie avanzate; prospettive di indebolimento della crescita e vulnerabilità che i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo devono affrontare parallelamente all’inasprimento della politica monetaria che sarà necessario per frenare l’inflazione.

Cosa ci insegna la storia, quali sono le cause della stagflazione e come uscirne? Teleborsa lo ha chiesto a tre esperti. Per Federico Francini, country manager Italia di Workday, “stiamo vivendo un momento molto differente dalla crisi petrolifera degli anni ‘70”. Innanzitutto – spiega Francini – si arrivava in quel decennio forti di una robusta crescita economica che aveva caratterizzato il “miracolo economico” italiano degli anni ’50 e ’60: eravamo in un periodo storico dove tutta la produzione industriale era vincolata ai combustibili fossili e durante la Guerra del Kippur (con l’embargo del petrolio arabo) l’Europa di fatto si fermò a causa della carenza della materia prima con il conseguente aumento spropositato dei prezzi dell’energia (ricordiamo che nel 1972 in meno di 12 mesi il prezzo del petrolio si quadruplicò). La “rigidità del mercato” non riuscì ad assorbire lo shock petrolifero e solo una svalutazione monetaria della Lira attenuò le conseguenze di quella situazione.

Oggi, invece, arriviamo da una crisi economica del 2008, da due anni di pandemia e siamo nel mezzo di un conflitto tra Ucraina e Russia con l’isolamento energetico ed economico di quest’ultima. Le “dinamiche” sono estremamente diverse: c’è stata una risposta politica e monetaria (a livello europeo e non nazionale come avvenne negli anni ’70) che ha permesso di allontanare “scenari peggiori” fornendo una ripresa economica che, solo in parte, è stata attenuata dal confitto. Adesso non bisogna sottovalutare i rischi di un’elevata inflazione (che nasce dall’aumento del prezzo delle materie prime e dell’energia) che potrebbe frenare la produzione industriale e “deprezzare i salari dei lavoratori” innescando così un circolo vizioso che metterebbe in pericolo la ripresa intaccando allo stesso tempo risparmi, investimenti e pensioni.

Secondo Stefano Bordone, presidente di Kdln, “la storia evidentemente non ci insegna molto”, perché “ricaschiamo sempre negli stessi errori”. Il prossimo futuro potrà prendere due direzioni: quella del modello keynesiano, che però negli anni ’70 non funzionò, oppure quella del modello degli anni ’80, con un forte intervento di tipo monetario e il conseguente aumento della disoccupazione. Nel nostro settore – spiega Bordone – l’inflazione improvvisa, quindi senza dare al mercato la capacità di adattarsi ha creato uno shock tale che si sta riversando sulla domanda. I produttori hanno resistito nel 2021, assorbendo incredibili aumenti delle materie prime, ma non hanno potuto che aumentare i listini nel 2022.

I fattori sono noti, ovvero l’effetto pandemia, che ha liberato tra l’altro una fortissima liquidità poi investita nelle materie prime, il combinato disposto delle speculazioni e il ritorno della domanda ha fatto sì che i prezzi si impennassero. In più il fermo dei mesi 2020-2021 ha soffocato un certo numero di aziende del settore (a monte e a valle), ma anche dei settori limitrofi, come ad esempio il trasporto, con conseguente ulteriore aumento dei costi”. Una soluzione – per uscire da una situazione di stagflazione in questo momento – deve essere l’intervento coordinato dei governi (ad esempio, UE) per mettere un cap ai prezzi dell’energia e dei combustibili. Una “manovra coraggiosa” unitaria, ma “indispensabile”. Sono per un’economia di mercato e mi rendo conto che sembra una contraddizione in termini, ma per un dato periodo ci vuole “coraggio e interventismo”.

La storia o la filosofia ci insegnano che “tutto passa” – rilancia Federica Bigiogera, marketing manager di Vitavigor – che durante una crisi come quella che stiamo vivendo, “tutto si trasforma”, e che per sopravvivere bisogna essere aziende solide con delle forti basi e le spalle coperte, ma allo stesso tempo “flessibili per cogliere rapidamente le opportunità” che si presentano e cambiare adattandosi ai “nuovi equilibri che si vengono a creare”. La situazione che ci troviamo ad affrontare – spiega Bigiogera – è possibile definirla stagflazione: la combinazione dell’aumento dei prezzi e della non-crescita dei consumi. “A mio avviso il filone dell’inflazione è iniziato per il comparto alimentare” e precisamente nei sostitutivi del pane, nel primo semestre del 2021. Nei primi mesi del 2021, abbiamo iniziato a ricevere i primi aumenti sui prezzi di alcune materie prime e materiali di imballo, soprattutto legati alle plastiche (imballi flessibili).

“Noi come azienda ci siamo prontamente mossi” per considerare dei piccoli aumenti di listini, che si sono poi rivelati fondamentali nel resto dell’anno. Infatti, nel secondo semestre del 2021, il trend di aumento dei prezzi di acquisto è andato consolidandosi, e piano piano tutte le materie prime e i materiali di imballo sono cresciuti. Il trend sembrava aver avuto un fermo a fine del 2021, pur mantenendo sempre prezzi aumentati, ma non più in crescita, ma a pochi giorni dello scoppio del conflitto in Ucraina i prezzi hanno ripreso a crescere, toccando “picchi di aumento del 100%” per materie prime fondamentali per noi come la farina o del 70% delle scatole in cartone. In Vitavigor – aggiunge – essendo un’azienda multicanale, abbiamo una visione abbastanza ampia dei vari canali del mercato. Per quanto riguarda infatti la compressione dei consumi, in alcuni canali di vendita, come l’ho.re.ca. è un trend già iniziato dal 2020 a causa delle chiusure imposte, indipendentemente dai prezzi di vendita”.

“Da inizio 2022 invece vediamo una riduzione dei consumi nel canale GDO – conclude -, determinato più da una sfiducia generalizzata, e da una riduzione del potere d’acquisto in conseguenza dell’aumento dei prezzi di vendita”. In sintesi, l’obiettivo delle banche centrali deve essere frenare l’inflazione senza provocare una contrazione economica europea perché in questo scenario si sta riducendo il potere d’acquisto dei consumatori e, con l’aumento delle materie prime e dei prezzi dei beni, c’è il rischio che l’economia ristagni – aggiunge Federico Francini -. È importante “un’azione coordinata” e a lungo termine delle banche centrali in modo tale da prendere iniziative che possano cautelare istituzioni, organizzazioni e lavoratori in uno scenario difficile da prevedere: servirebbe “agire in modo programmatico” prendendo degli impegni sulle decisioni future (come il rialzo dei tassi d’interesse nel corso del 2022) e “reinvestendo sui titoli di stato” dei Paesi più esposti al rischio.

Stefano Bordone rilancia la necessità di “interventi coraggiosi”, l’aumento dei tassi di interesse -spiega – sarà inevitabile ma dovrà essere accompagnato da “misure di sostegno dei governi a favore delle imprese” (ad es., garanzie MCC), in modo che sia sempre accessibile il credito. In ultimo, ma non meno importante, servirebbe una “manovra decisa sulla deducibilità totale” dei tassi di interesse sul debito di medio e lungo termine. Potrebbe essere un sistema per non bloccare gli investimenti e – conclude – “garantire la ripresa e l’occupazione”. Il ruolo importante delle banche centrali, come la storia insegna – dichiara infine Federica Bigiogera – sta nello “strutturare politiche” che alimentino gli “investimenti strutturali” dei vari Paesi.

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