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venerdì 7 Ottobre 2022

Senza governo sale lo spread, ma l’Italia è instabile pure con Draghi

Milano – La crisi di governo sta per vivere il suo passaggio decisivo, con le comunicazioni del premier Mario Draghi al Senato e alla Camera di oggi e il conseguente voto di fiducia, e restano accesi i riflettori sulla reazione dei mercati. Due i parametri da monitorare, l’andamento di Piazza Affari in relazione alle altre Borse europee, e l’andamento dello spread, il differenziale tra il Btp decennale e l’omologo Bund tedesco. Il fattore che più li influenza, in passaggi come quello che si sta vivendo in queste ore, è l’instabilità politica. E’ l’incertezza a determinare storicamente le fasi di maggiore fibrillazione finanziaria, aprendo varchi in cui si infila la speculazione. Un’analisi di Gabriel Debach, market analyst di eToro, mette in fila i dati che descrivono il rapporto tra la durata dei governi e l’andamento dello spread.

La chiusura dell’esperienza di governo di Draghi, evidenzia Debach, “potrebbe rischiare di aumentare la velocità di allargamento dello spread, con la stabilità del governo che, come da evoluzione storica, rappresenta la vera sfida necessaria per calmierare le pressioni rialziste sul differenziale”. E’ interessante l’accostamento tra la durata dei singoli governi e il comportamento dello spread. Contano, evidentemente, anche il contesto esterno, la congiuntura economica, l’approccio e le conseguenze della politica monetaria e l’eredità lasciata dal precedente esecutivo. Ma il trend, per sei governi su sette dal 2011 a oggi, dimostra che, al netto dei fattori esterni, alla stabilità di governo si lega un calo dello spread. Il governo Draghi è durato finora 520 giorni e lo spread è passato da 94,5 punti agli attuali 204.

Il dato di oggi è però fortemente influenzato dallo scoppio della guerra in Ucraina e dai ‘passi falsi’ nella comunicazione della Bce che ha invertito il segno della politica monetaria per contrastare l’inflazione. Il governo Conte 2, durato 527 giorni, è partito da uno spread iniziale di 151,7 punti e ha chiuso a 94,5 punti. Il Conte 1, durato 461 giorni, è passato da 237,7 a 151,7 punti. Il governo Gentiloni, in carica per 536 giorni, è tecnicamente passato da 151,3 a 237,7 punti. Ma va considerato che è più corretto considerare come dato finale lo il valore al 2 marzo – ultimo giorno di contrattazioni prima del voto del 4 marzo, quando la situazione politica del Paese cambiò radicalmente – e lo spread era a 140 punti. Il governo Renzi è durato di più, 1024 giorni, ed è passato da uno spread di 193,8 a 151,3 punti. Il governo Letta, 300 giorni, da 267,9 a 193,8. Il governo Monti, 529 giorni, ha visto abbassare lo spread da 498,5 a 267,9 punti.

Tuttavia, la crisi di governo innescata dalla “dimissioni di Mario Draghi da Presidente del Consiglio a seguito di una spaccatura nel suo governo di unità nazionale preludono a una maggiore incertezza politica anche se venissero evitate le elezioni anticipate”. Lo sottolinea l’agenzia Fitch in una nota, spiegando che “qualunque cosa accada, l’Italia è destinata ad entrare in un periodo politicamente incerto dopo quasi 18 mesi di relativa stabilità e l’attuazione di alcune riforme. Anche se Draghi dovessere rimanere, ci aspettiamo che i partiti che lo sostengono cercheranno maggiore visibilità con l’avvicinarsi delle elezioni, amplificando le tensioni esistenti” sottolinea l’analisi.

In particolare, Fitch prevede “pressioni per un maggiore allentamento fiscale nella prossima legge di bilancio”. Peraltro – ricorda l’agenzia – elezioni anticipate non solo “renderebbero estremamente stretti i tempi per l’approvazione della legge di bilancio” ma “potrebbero anche rendere più difficile per l’Italia raggiungere gli obiettivi per la prossima erogazione di fondi NextGenerationEU a dicembre, o indebolire la capacità delle autorità di dispiegare i fondi già ricevuti”. Fitch prevede per il 2022 un disavanzo maggiore rispetto a quello stimato dal governo (5,9% del PIL contro 5,6%) per via di un maggiore sostegno ai prezzi energetico e una maggiore spesa per interessi sui titoli legati all’inflazione. Per il 2023 “ci aspettiamo una modesta riduzione del disavanzo al 4,5% del PIL (il governo prevede il 3,9%), riflettendo in parte le pressioni fiscali pre-elettorali”. “Le implicazioni di breve termine per la politica economica e di bilancio dipendono dagli esiti politici, ma è probabile che le riforme strutturali e il risanamento di bilancio diventino più impegnativi” conclude l’agenzia.

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