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giovedì 30 Giugno 2022

Russia tra crollo Pil e spettro default, l’ancora della Banca centrale nella stabilità finanziaria

Milano – Default della Russia, rafforzamento del rublo e reali effetti delle sanzioni sull’economia di Mosca: da settimane analisti, economisti e governanti del mondo dibattono su questi temi cruciali. Le ultime notizie raccontano che la Russia avrebbe dovuto pagare gli interessi obbligazionari il 27 maggio per 71,25 milioni di dollari e 26,5 milioni di euro. Il Paese ha comunicato di aver trasferito il denaro al National Settlement Depository, ma le sanzioni probabilmente gli hanno impedito la conclusione dell’operazione. Cosa accadrà e qual è il quadro attuale delle finanze e dell’economia russa? Come spiegato a Money.it da Andrea Resti, professore di Finanza all’Università Bocconi, il default russo è principalmente un fatto tecnico, legato al funzionamento delle sanzioni.

Se le autorità statunitensi proibiscono i pagamenti provenienti dalla Federazione Russa, riducendo le eccezioni e le possibilità di triangolazione, è solo questione di tempo prima che una cedola resti impagata, facendo scattare il default. Sempre che, nelle pieghe dei regolamenti dei titoli pubblici russi, non si trovi la scappatoia per accontentare i creditori. A salvare finora la stabilità finanziaria russa è stata anche la banca centrale che, come suggerito dal professor Resti, continuerà a comportarsi con prontezza e pragmatismo, per utilizzare nuovamente l’arma dei tassi contro l’inflazione, ma anche per abbassare il costo del denaro verso i livelli pre-bellici, in modo da dare ossigeno a un’economia in difficoltà.

Tenendo presente un paradosso: “La politica monetaria può funzionare meglio in un regime dittatoriale, dove le decisioni vengono prese in poche ore con la benedizione del governo, di quanto non accada nell’area dell’euro, dove è necessario costruire il consenso tra Paesi diversi e gestire le aspettative del mercato”. Per quanto riguarda l’economia reale, il professor Resti non è così ottimista per la Russia, ricordando che il Paese non importa solo prodotti di lusso, ma anche semilavorati e componenti tecnologici per le sue produzioni domestiche. L’embargo parziale deciso dai Paesi Nato e il graduale abbandono della Federazione Russa da parte di molte multinazionali occidentali non strozzeranno l’economia, ma la costringeranno a ripensare le sue filiere produttive e i suoi canali di approvvigionamento, con un aggiustamento che non sarà indolore. La stima della Banca Mondiale è di una riduzione del Pil superiore al 10% e un calo degli investimenti oltre il 20%.

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