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giovedì 30 Giugno 2022

Pil, il taglio delle stime arrischia i risparmi degli italiani

Milano – “Preoccupa lo scenario delineato dall’ISTAT sulle ‘Prospettive per l’economia italiana’, che ha ridotto le stime di crescita per l’economia italiana nel 2022 al +2,8%. Il conflitto russo-ucraino ha influito in modo significativo sull’aumento dell’inflazione a causa dell’innalzamento dei prezzi delle materie prime e dei beni di prima necessità, al punto da creare una contrazione sulle prospettive economiche del nostro Paese. I dati pubblicati, infatti, mettono in luce un rischio al ribasso per i prossimi mesi a causa di un probabile ulteriore incremento dei prezzi e una flessione del commercio internazionale in un contesto di aumento dei tassi di interesse. Ciò comporta riflessi negativi per famiglie e imprese”. È quanto dichiara Moreno Zani, Presidente di Tendercapital, tra i player internazionali indipendenti più attivi nel settore dell’asset management, in merito ai dati Istat sulle prospettive per l’economia italiana 2022-2023.

“Al contempo, tuttavia, il report rileva un recupero degli investimenti dell’8,8%, un dato che se confermato significherebbe un importante sostegno al sistema economico e un cauto ottimismo per il prossimo futuro. L’attuale congiuntura economica – prosegue Zani – richiede, dunque, nuove misure a tutela del risparmio e degli investimenti, con incentivi anche e soprattutto a favore di investitori istituzionali pubblici e privati (pensiamo per esempio ai fondi previdenziali), al fine di attrarre nuove forme di intervento a favore della crescita. In questa prospettiva, l’attuazione del piano di investimenti pubblici previsti dal PNRR rappresenta un’occasione preziosa in grado di bilanciare gli elementi negativi e favorire una ripresa economica stabile”.

Gli italiani, del resto, si aspettano ripercussioni sull’economia nazionale dal conflitto in Ucraina, anche se meno consistenti rispetto alla percezione registrata all’inizio della guerra. E temono, soprattutto, un aumento generalizzato dei prezzi, l’esplodere dell’inflazione, una riduzione delle forniture di gas. Una preoccupazione che si manifesta nell’intenzione di risparmiare, riducendo i consumi, nonché nel timore di perdere potere di acquisto e di vedere svalutati i propri risparmi. Queste le principali evidenze che emergono dal Report “FragilItalia”, elaborato da Area Studi Legacoop e Ipsos, in base ai risultati di un sondaggio, condotto su un campione rappresentativo della popolazione, per testare l’evoluzione della percezione relativa agli effetti del conflitto in Ucraina sull’economia italiana.

Ad attendersi ripercussioni del conflitto in Ucraina sulla nostra economia è la quasi totalità degli italiani (il 95%), ma con una percezione mutata rispetto a fine febbraio, in corrispondenza dell’inizio della guerra. Aumenta, infatti, di 6 punti la percentuale (48%) di chi si aspetta effetti contenuti, mentre diminuisce dello stesso valore la percentuale di chi paventa conseguenze molto pesanti (il 47%; ma il 52% nel ceto popolare). In testa alle preoccupazioni c’è l’aumento generalizzato dei prezzi (68%, in aumento di 2 punti rispetto a febbraio), l’esplosione dell’inflazione e l’aumento dei prezzi di pasta, pane, farine (entrambe al 42%, con 6 punti in più).

In calo, invece, di ben 17 punti, al 39%, la preoccupazione per la riduzione delle forniture di gas. A fronte della situazione attuale, e delle incertezze riguardo agli sviluppi futuri, il 39% degli italiani (2 punti percentuali in più su febbraio) pensa di fare risparmi riducendo i consumi; il 38% (in aumento di 6 punti) ritiene che perderà parte del suo potere di acquisto (valore che nel ceto medio-basso si colloca al 41%, in crescita di 13 punti); il 32% (in crescita di 4 punti) teme che i suoi risparmi perdano di valore. Un dato, quest’ultimo, particolarmente evidente nel ceto medio, dove cresce di 10 punti rispetto a febbraio, collocandosi al 35%.

“Gli italiani sono preoccupati per la guerra -commenta Mauro Lusetti, presidente di Legacoop- ma sono preoccupati soprattutto per il proprio futuro. Mentre infiamma un assurdo dibattito al ribasso sul reddito di cittadinanza come causa della carenza di lavoratori, le maggiori preoccupazioni degli italiani indicano con chiarezza il reale problema: in un paese già affetto da un’enorme questione salariale, la fiammata del carovita erode i risparmi, amplia le diseguaglianze e semina inquietudine. L’aumento dei costi di produzione ha risalito rapidamente le filiere produttive e, in queste settimane, si sfoga sui prezzi al consumo. Occorre salvaguardare il potere d’acquisto degli italiani; è urgente evitare che la loro ansia rallenti ulteriormente consumi anche primari e contribuisca ad avvitare la situazione. I timidi segnali di fiducia, che anche l’Istat ha rilevato in questi giorni, sono una tenue fiamma che va alimentata in attesa che le risorse del PNRR entrino in circolo. Ma per fare ciò servono misure tempestive per affrontare l’emergenza prezzi”

I risultati del sondaggio mettono in luce come gli effetti del conflitto Russo-Ucraino sull’economia abbiano ulteriormente appesantito una serie di difficoltà già avvertite dalle famiglie. Ad esempio, rispetto ad inizio anno aumentano le difficoltà di pagare rate di finanziamenti personali (in crescita di 10 punti, al 66%), di pagare l’affitto (in crescita di 12 punti, al 65%) e di pagare il mutuo (+ 9 punti, al 61%). A pagare il prezzo più alto giovani della fascia 18-30 anni (il 76% ha difficoltà a pagare l’affitto), i residenti nel Mezzogiorno, gli appartenenti al ceto popolare (dove l’85% dichiara difficoltà a pagare le rate del mutuo e l’84% i canoni dell’affitto) e medio-basso.

Ma sono anche i consumi a risentirne. L’81% dichiara di dover ridurre i consumi di gas ed energia elettrica (2 punti in più rispetto a inizio anno); il 75% di abbigliamento (4 punti in più); il 74% di benzina e gasolio (3 punti in più); il 69% di scarpe (1 punto in più); il 69% di cosmetici (2 punti in più); il 62% di carne (1 punto in più) e di salumi (2 punti in più); il 60% di pesce (1 punto in più). In testa alla lista dei consumi che subiranno i tagli più drastici o la completa rinuncia si colloca l’abbigliamento (33%), seguito dai prodotti cosmetici (30%), dalle scarpe e da gas ed energia elettrica (entrambi al 29%) e da benzina e gasolio (26%).

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