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venerdì 27 Maggio 2022

Niente griffe con la guerra, filiera del made in Italy in affanno

Milano – A un mese dal’inizio del conflitto, la guerra in Ucraina, legata ai rincari energetici che da mesi gravano sui settori energivori, inizia a pesare sul comparto della moda italiana. “Ci sono negozi che non vendono e chi non ha spedito la merce. Se questa condizione dovesse permanere nel lungo periodo ci misureremo con effetti significativi” spiega all’Adnkronos Sergio Tamborini, presidente di Smi-Sistema Moda Italia. Con il conflitto non ancora concluso, osserva Tamborini “fare una stima dei danni definitiva è estremamente difficile”. In compenso, argomenta, “sappiamo che il mercato russo e ucraino nel tessile e abbigliamento italiano vale in media circa il 3,5%”.

In Italia, “ci sono delle aree geografiche che soffrono più di altre e hanno un’esposizione particolarmente rilevante – spiega Tamborini -. Il Veneto, ad esempio, è un forte esportatore di abbigliamento in Russia mentre le Marche lo sono con le calzature, con fatturati magari del 50-60% verso quei mercati. Inoltre, va considerato che in termini di viaggi-spesa stanno mancando i consumatori russi, oltre a quelli cinesi”. A determinare insicurezza sulla filiera sono anche le tensioni legate al caro energia. “Certe lavorazioni fluttuano in modo particolarmente rilevante, soprattutto il monte della filiera tessile – sottolinea Tamborini – come le filature o le tessiture, che hanno difficoltà a quotare i prezzi. O trasferiscono questi aumenti a valle con immediatezza o rischiano la chiusura. Al momento conviene tenere fermi gli impianti e questo è un problema”.

Una situazione che potrebbe verificarsi è anche la mancanza di prodotti per eseguire la lavorazione. “Siamo a rischio sui prodotti di base nella chimica tessile che potrebbero venire a mancare perché il mercato di approvvigionamento principale è quello russo – evidenzia Tamborini -. Sono problemi che potrebbero manifestarsi, bisogna cercare fonti alternative magari più complesse e costose”. Sulla filiera a monte, in particolare, il rincaro di energia potrebbe avere come conseguenza la necessità di aumentare i listini del 20 o del 30%, avverte Tamborini. “Significa che su un abito del prodotto finito non è scandaloso pensare a un 10% di incremento di costo del tessuto – afferma -. Uno o due mesi di scorte di magazzino ancora ci sono ma attivare filiere alternative non è così immediato, con costi che cambieranno”. A gravare, in questo caso, potrebbe essere anche il costo del trasporto e delle logistica. “Un treno merci dalla Russia impiegava 2-3 giorni mentre una nave da Singapore o dalla Malesia impiega un mese e mezzo e costa di più”.

Una “forte preoccupazione” riguarda poi il tema delocalizzazione. “La concentrazione delle aziende di settore italiane che delocalizzano in Ucraina non è altissima – spiega Tamborini -. Gli italiani sono presenti in Moldavia e Romania. La Romania non credo debba essere oggetto di preoccupazione mentre la Moldavia è più vicina alle condizioni del conflitto”. Sul fronte misure di sostegno, l’11 marzo scorso Sistema Moda Italia e Assocalzaturifici, insieme ai sindacati nazionali di categoria Femca-Cisl, Filctem-Cgil e Uiltec-Uil hanno chiesto un incontro urgente al ministro del Lavoro, Andrea Orlando, perché vengano assunti provvedimenti immediati in favore delle aziende che subiscono gli effetti diretti e indiretti del conflitto in atto. “Mi pare di capire, però, che si vada verso la concessione di una cassa integrazione che non sarà come quella del Covid gratuito, mettendo a riparto integralmente catena e aziende – dice Tamborini -. Con la pandemia siamo ripartiti dopo due mesi, qui ci sono rischi maggiori”.

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