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venerdì 7 Ottobre 2022

Mutui e prestiti più cari, debito costoso, moneta forte e crescita debole: tutti gli effetti della stretta della Bce

Milano – Di fronte ad un quadro economico preoccupante, con un’inflazione che si avvicina pericolosamente alla doppia cifra, L’Eurotower ha optato per una stretta monetaria decisa dello 0,50% anziché lo 0,25% che veniva accreditato fino a poco tempo fa. L’aumento del costo del denaro avrà ripercussioni dirette nella vita di cittadini e imprese, ma non solo. Il tasso di interesse può essere definito come il principale strumento di politica monetaria di una banca centrale. Obiettivo primario della Bce è il mantenimento della stabilità dei prezzi, ovvero un’inflazione intorno al 2%. Quando l’inflazione sale oltre i limiti di guardia con tutte le conseguenze che ne derivano, prima tra tutte la perdita di valore dei risparmi, la banca centrale interviene aumentando il costo del denaro e, quindi, riducendo la disponibilità di moneta in circolazione. Questo significa meno spese, quindi meno domanda, ma anche meno investimenti, con il rischio di frenare la crescita pur di abbattere l’aumento fuori controllo dei prezzi.

L’aumento dei tassi della banca centrale influenza il livello generale dei tassi d’interesse. Quindi il livello generale del costo del denaro. Se le banche dell’eurozona pagheranno un costo maggiore per prendere in prestito denaro dalla Bce, alla fine anche i prestiti e i finanziamenti a tasso variabile (mutui) a imprese e cittadini saranno più costosi. Il parametro di riferimento per i mutui a tasso variabile è l’Euribor che, come gli altri tassi di interesse interbancari, è molto sensibile alla variazione del tasso Bce. Inoltre gli incrementi per cittadini e imprese potrebbero essere maggiori in alcuni Paesi, come l’Italia, se la banca centrale non eviterà il ritorno della frammentazione del mercato europeo già vista negli anni scorsi. Un segnale in tal senso è già arrivato dall’aumento dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi che misura, seppure in maniera approssimativa, il livello di rischio del Paese. Se per un mutuo il parametro di riferimento non è lo spread, ma l’Euribor, tuttavia uno spread maggiore indebolisce le banche, che sono così più prudenti a erogare i prestiti o li concedono a tassi maggiori.

Se i tassi salgono gli Stati che emettono titoli di debito per finanziarsi dovranno offrirli con interessi più alti, diversamente i mercati potrebbero orientarsi verso altri strumenti più redditizi. Questo potrebbe comportare un aggravio della situazione per quei Paesi già molto indebitati, come l’Italia, al netto di interventi della banca centrale, simili al già visto quantitative easing, per tenere bassi gli spread. Va detto però che, nel caso dell’Italia, una elevata durata media del debito, pari a circa sette anni, con oltre il 70% a tasso fisso, frena le ripercussioni di un aumento dei tassi e, quindi, dello spread. Altra conseguenza è la perdita di valore delle obbligazioni emesse in precedenza, in quanto meno redditizie di quelle di nuova collocazione e, quindi, meno appetibili sul mercato.

Dalla stretta monetaria scaturisce anche un rafforzamento del tasso di cambio dell’euro che, al momento, ondeggia intorno alla parità con il dollaro. Proprio il rafforzamento del dollaro, al quale abbiamo assisto in questi mesi, è conseguenza della serie aggressiva di aumenti dei tassi operata dalla Federal Reserve. Una moneta debole favorisce turismo ed esportazioni ma, al contrario, penalizza quei Paesi che importano molti beni, in particolare materie prime. Il rischio generalizzato di una stretta monetaria è quello di una frenata della crescita, dovuta a una contrazione dei consumi e degli investimenti da parte delle imprese. Ma, d’altro canto, va osservato come possano essere ben più gravi le conseguenze di una inflazione galoppante.

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