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martedì, Dicembre 7, 2021

Mercati, Schroders: lezioni dalla pandemia in vista della COP26

Uno degli effetti positivi della pandemia è stato quello di incrementare l’interesse delle persone verso l’ambiente e l’apprezzamento della natura. Ha aumentato la consapevolezza delle sfide come il cambiamento climatico e messo in luce la loro portata. Le Nazioni Unite stimano che le emissioni scenderanno solo del 7% nel 2020, nonostante il lockdown, portando a una riduzione del riscaldamento globale solo di 0,01°C.

Quanto è ampio il divario a livello di emissioni?

A tal proposito il commento a cura di Keith Wade, chief economist & strategist di Schroders.

Man mano che ci avviciniamo alla 26esima Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP26), il gap delle emissioni, cioè il divario tra le emissioni effettive di CO2 e il livello necessario per rispettare gli Accordi di Parigi del 2015, è sempre più al centro della scena.

Secondo le stime ONU, anche se i contributi determinati a livello nazionale (nationally determined contributions – NDC) venissero implementati, le emissioni totali annue di gas serra ammonterebbero a 53 giga tonnellate nel 2030.

Per limitare l’innalzamento delle temperature a 1,5°C, dovremmo ridurre le future emissioni a 25 giga tonnellate l’anno entro la fine del decennio e, ovviamente, questo sarebbe solo l’inizio del percorso verso lo zero nel 2050.

Purtroppo, la conclusione inevitabile è che i target degli Accordi di Parigi sono lontani dall’essere raggiunti. Il tema della COP26 sarà proprio quello di rimettersi in carreggiata. Ma con quali azioni?

Lezioni dalla pandemia

Da come è stata affrontata la pandemia è scaturita una maggiore fiducia nella scienza e nella capacità dei governi di trovare soluzioni a problemi complessi. Potrebbe succedere lo stesso nei confronti del cambiamento climatico? Teoricamente sì, ma ci sono due differenze chiave.

La prima è l’incentivo ad agire. La pandemia ha richiesto una risposta immediata nel presente. I cambiamenti climatici sono graduali. È la stessa differenza tra una malattia acuta e una cronica. Il nostro sistema politico è più adatto a risolvere la prima.

Il secondo fattore è quello della cooperazione internazionale. Durante la pandemia è mancata, in quanto ci sono state discrepanze tra Paesi, nonostante la collaborazione a livello scientifico. Gli Stati sviluppati infatti sono stati riluttanti nell’aiutare quelli più poveri con l’approvvigionamento dei vaccini, in quella che l’OMS ha definito ‘nazionalismo dei vaccini’.

Tornando al cambiamento climatico, il successo o meno della COP26 dipenderà dalla capacità di superare questo ostacolo e cooperare a livello internazionale. In altre parole, gli impegni nazionali sono insufficienti.

È possibile che ci sia una svolta tecnologica nell’energia rinnovabile, ma difficilmente risolverebbe da sola il problema. Servono ancora azioni per aumentare il sequestro di carbonio e migliorare le pratiche di gestione ambientale, oltre a considerevoli progressi tecnologici in aree come la cattura e lo stoccaggio e le reti smart. Inoltre saranno necessari investimenti ingenti a livello sia pubblico che privato, come parte della soluzione.

Due passi chiave: tasse ed esecuzione

Vi sono due misure che miglioreranno la prospettiva di rispettare i target.

La prima è l’introduzione di una tassa globale sul carbonio, nota anche come ‘carbon pricing’, da implementare tramite una tassa sui combustibili fossili contenenti carbonio o sulle loro emissioni di CO2.

Inglobando il costo esterno delle emissioni di gas serra nei prezzi energetici, il carbon pricing spronerebbe le famiglie a modificare il proprio mix energetico e, al contempo, manderebbe un segnale alle aziende affinché investano in nuova tecnologia pulita. Rendere questa tassa globale ridurrebbe i timori legati a svantaggi competitivi sui mercati internazionali.

Per limitare il riscaldamento globale a 2°C, si stima che alla fine servirà stabilire questa tassa a $75 per tonnellata, rispetto alle medie attuali di appena $3. È una soluzione economica, impopolare dal punto di vista politico.

Ma servirà anche una seconda misura: la vigilanza sul rispetto della tassa, per penalizzare coloro che non fanno gli aggiustamenti necessari a ridurre le emissioni. Ad oggi, gli Accordi di Parigi sono facoltativi. Tasse sul carbonio e un accordo obbligatorio sarebbero un risultato fantastico della COP26, ma sono veramente plausibili? Difficile, motivo per cui all’appuntamento di novembre potrebbero riemergere parecchie frustrazioni.

Rischio di scissione

Di conseguenza, uno degli esiti potenziali è quello di assistere a una scissione da parte di un gruppo di Paesi, che formino un proprio Accordo dove mantenere i loro impegni nella riduzione delle emissioni.

Per aggirare l’ostacolo dei costi energetici più elevati rispetto ai competitor, potrebbero introdurre una tassa sulle importazioni di prodotti con elevato contenuto di carbonio. Tale prospettiva può sembrare fantasiosa, ma queste procedure esistono già. L’UE ha pubblicato la proposta per un Meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera, che imporrebbe dazi sulle importazioni intensive a livello di carbonio, per proteggere i settori domestici. La Cina e molte economie emergenti ne risentirebbero molto.

Questo esito sarebbe meno preferibile rispetto a un Accordo globale. Ma come abbiamo visto e continuiamo a vedere con la pandemia, dobbiamo prepararci a tensioni e fratture tra le parti, specialmente tra Paesi sviluppati ed emergenti.

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