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lunedì 8 Agosto 2022

Italia primo finanziatore Ue della guerra ucraina, il fallimento delle sanzioni

Milano – L’invasione dell’Ucraina non frena le importazioni della Russia in Italia che, anzi, raddoppiano in valore ad aprile 2022, sulla spinta dei prezzi del gas. L’Istat, nei dati sul commercio estero con i Paesi extra Ue, registra un aumento degli acquisti italiani da Mosca del 118,8%, rispetto ad aprile 2021. È una crescita dovuta al comparto energetico, che vede i prezzi in volata ed è rimasto a margine delle sanzioni contro la guerra di Putin, mentre l’Europa è alle prese con il lungo processo per smarcarsi dalla dipendenza russa in questo campo.

L’Italia, secondo le previsioni del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, raggiungerà l’obiettivo dell’emancipazione solo nella seconda metà del 2024: nel frattempo, deve continuare a comprare da Mosca. Complessivamente, le importazioni italiane di prodotti energetici triplicano il loro valore nell’arco di 12 mesi, con un aumento del 193,8% da aprile 2021. A loro sono dovuti più di due terzi della crescita complessiva degli acquisti italiani dai paesi extra-europei che segna +59%, e anche il risultato negativo della bilancia commerciale tricolore: l’Italia finisce così con un deficit di 2,29 miliardi di euro, ad aprile, dopo che l’anno precedente aveva registrato un avanzo di 4,85 miliardi.

Nell’insieme primi quattro mesi dell’anno, il deficit energetico supera i 30 miliardi mentre quello commerciale è di 8,5 miliardi, a fronte di un avanzo di 15,59 miliardi nei primi quattro mesi dell’anno scorso. Da inizio 2022, i prezzi dell’energia elettrica all’ingrosso hanno registrato valori record e il prezzo unico nazionale che ha toccato a marzo il livello più elevato mai registrati, per poi ridursi del 20% ad aprile fino a 245,97 euro a Megawatt-ora, secondo i dati del Gestore dei mercati energetici Gme: questo valore resta comunque tra i più alti mai registrati ed è salito del 256% dal 2021, sempre secondo Gme.

A guidarlo è l’aumento del prezzo del gas naturale che è salito di quasi cinque volte, in Italia, dall’inizio dello scorso anno al Punto di scambio virtuale Psv. Il Cremlino risulta così il primo partner per crescita delle importazioni italiane e, al tempo stesso, quello con il calo più deciso delle esportazioni, in flessione del 48,4%, per effetto delle sanzioni per la guerra in Ucraina. Complessivamente l’export italiano extra Ue sale dell’1,9% ad aprile rispetto a marzo, continuando “una crescita ininterrotta dall’inizio dell’anno” come sottolinea l’Istat, mentre su base annua c’è un “netto rallentamento” fino a +11,8%, dopo il +22,2% di marzo.

Il boomerang creato dalle sanzioni è enucleato dal caso dell’ormai celebre raffineria Isab di Priolo Gargallo controllata dal colosso russo Lukoil, non soggetto direttamente a sanzioni ma inibito a ricevere finanziamenti dalle banche europee. Le importazioni italiane di petrolio russo hanno raggiunto a maggio i 450mila barili, il massimo dal 2013 e il quadruplo rispetto allo scorso febbraio: numeri che secondo la società di consulenza Kepler – che conferma indipendentemente il quadro dell’Istat – fanno del nostro paese il primo acquirente europeo di carichi navali di greggio da Putin davanti all’Olanda. La gran parte di questo petrolio finisce proprio in Sicilia.

Questo fa sì che anche l’impianto siracusano sia privo di fondi per comprare sul mercato petrolio di altra provenienza e debba affidarsi esclusivamente alle forniture della società madre, quindi aumentando di fatto la quantità di greggio russo trasbordato in Italia. “È paradossale – ha sottolineato Alessandro Tripoli, segretario generale di Femca Cisl per le province di Siracusa e Ragusa, interpellato dal Financial Times -, con le sanzioni l’Ue avrebbe voluto penalizzare l’import di beni energetici russi ma in questo caso sta ottenendo l’effetto opposto”. Con l’incremento delle quotazioni in borsa e delle quantità acquistate, ad aprile il valore dell’import del greggio è salito a 6 miliardi di dollari, il 75% in più del 2021.

E la Russia è il terzo maggior produttore mondiale dietro Usa e Arabia Saudita: tra i clienti annovera Cina e India ed estrae 10 milioni di barili al giorno, equivalenti a circa un miliardo. Insomma la raffineria, che occupa 3.500 persone tra dipendenti e indotto ed è la più grande d’Italia per capacità, stacca un bell’assegno quotidiano a Putin. Prima delle sanzioni internazionali per l’invasione dell’Ucraina solo il 30% del petrolio lavorato nello stabilimento proveniva dalla Russia, ora il 100%: un quinto di tutto quello che giunge a livello nazionale ed è poi riesportato via nave in prodotti finali, come benzina e gasolio, in decine di paesi all’estero.

Se, come riportato ieri dall’agenzia Bloomberg, alla luce di questo scenario l’Ue si appresta a proporre il divieto tout court di import di petrolio della Russia via mare, ritardando le restrizioni alle importazioni da un oleodotto di Druzhba che fornisce l’Ungheria di greggio russo, per la Isab e i suoi lavoratori sarebbe la fine. L’idea di Bruxelles è concedere sei mesi agli stati membri per l’eliminazione graduale dell’import di greggio via mare e otto mesi per quello di prodotti raffinati. Questo concederebbe più tempo all’Ungheria per trovare una soluzione tecnica che le consenta di soddisfare i suoi bisogni energetici, e quindi rompere l’impasse sul pacchetto di sanzioni contro Mosca per l’invasione dell’Ucraina. Ma a che prezzo per il nostro mercato energetico, la nostra occupazione e le bollette degli utenti finali?

Oltre l’elettricità, poi, c’è pure il gas. L’Europa sta sviluppando dei piani di emergenza in caso di un’interruzione totale delle importazioni di gas russo: l’ha detto due giorni fa la commissaria dell’Ue per l’Energia, Kadri Simson, spiegando che tutti i Paesi rischiano di subire il taglio definitivo. Simson ha affermato che l’Ue sta adottando rapide misure per immagazzinare quanto più gas possibile e potrebbe sostituire la maggior parte delle forniture provenienti dalla Russia già da quest’anno. I piani elaborati dalla Commissione Ue includerebbero misure per razionare le forniture di gas al comparto industriale, risparmiando così almeno le famiglie. “Siamo di fronte a una situazione in cui qualsiasi stato membro potrebbe essere il prossimo a essere tagliato fuori”, ha detto Simson riferendosi a quanto già accaduto a Bulgaria, Finlandia e Polonia.

“Sinora siamo stati in grado di occuparci della sicurezza dell’approvvigionamento di questi tre Stati membri, principalmente con l’aiuto della solidarietà dei vicini. Quest’anno, se ci sarà un’interruzione completa, stiamo preparando piani di emergenza”. Simson ha insistito sul fatto che sarebbe “fattibile” sostituire i due terzi del gas russo quest’anno, come la commissione ha precedentemente promesso di fare, esprimendo ottimismo sugli sforzi per garantire forniture alternative. “Stiamo lavorando con Egitto e Israele e speriamo di raggiungere accordi bilaterali con loro prima dell’estate. Stiamo pianificando di rinnovare il nostro dialogo energetico con l’Algeria” ha affermato Simson, concorde sul fatto che i paesi dell’Europa centrale senza sbocco sul mare come l’Ungheria che fanno affidamento sul greggio russo convogliato, devono affrontare “sfide più grandi”. Vedremo se riusciremo a vincerle e fin quando potrà durare la solidarietà europea (e americana), intanto stiamo continuando nostro malgrado a finanziare indirettamente Putin, dissanguandoci. Gli effetti della guerra tra Ucraina e Russia costeranno circa 1.000 euro a famiglia italiana secondo l’ottimistica previsione Cgia di Mestre, che non può tenere pienamente conto dell’effetto cascata dei rincari energetici nè della durata e dell’evoluzione del conflitto.

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