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venerdì 27 Gennaio 2023

Italia, Pil 2023 rachitico: dall’inflazione al deficit, le stime dei prossimi 12 mesi

Roma – Torna la crescita dello ‘zero virgola’. Dopo tre anni sulle montagne russe si torna al problema che da decenni affligge l’Italia: un prodotto interno lordo che soffre perennemente di rachitismo. Nel 2020 il covid ha portato al crollo dell’economia italiana, e la ripartenza dopo il lockdown ha trovato impreparate molte economie, tra cui anche quella del belpaese. La conseguenza diretta è stata l’aumento dei prezzi, che ha inevitabilmente portato all’esplosione dell’inflazione. E mentre il pil 2021 registra numeri che non si vedevano da anni, proprio grazie al mix di questi fattori, la Russia all’inizio del 2022 dichiara guerra all’Ucraina, portando i prezzi già elevati delle materie energetiche a livelli critici. I numerosi e notevoli cambiamenti avvenuti in tempi record hanno portato le banche centrali ad adottare diverse misure, mirate e modificate a seconda dell’emergenza da affrontare momento per momento (dal blocco dei tassi d’interesse alla creazione del Pnrr).

Il prodotto interno lordo italiano, secondo le ultime stime dell’Istat, cresce del 3,9% nel 2022 mentre quest’anno dovrebbe rallentare al +0,4%. L’inflazione al consumo, secondo Bankitalia, si attesta all’8,8% nella media del 2022 per diminuire al 7,3% nel 2023. Il debito è atteso al 144,6% nel 2022, secondo la Commissione europea, e dovrebbe calare al 143,6% del Pil nel 2023. Numeri che si avvicinano a quelli scritti dal governo in occasione della presentazione della Nadef: la previsione di crescita del pil nello scenario programmatico è stimata al 3,7% nel 2022 e allo 0,6% nel 2023. Il deficit programmatico è atteso al 5,6% e dovrebbe scendere al 4,5% nel 2023. L’esecutivo prevede che il debito pubblico scenda al 145,7% nel 2022 e al 144,6% nel 2023. Il Mef, nel programma trimestrale di emissioni, rivela che ”le informazioni congiunturali riferite alla parte finale dell’anno tratteggiano andamenti eterogenei”.

Il quadro di incertezza rimane ma a novembre sono stati registrati ”un recupero del clima di fiducia di famiglie e imprese e una dinamica meno sfavorevole degli indicatori quantitativi”. E nonostante la prosecuzione delle tensioni geopolitiche, ”le strategie adottate al fine di incrementare gli stoccaggi, congiuntamente alla minore domanda connessa a temperature più favorevoli nella stagione autunnale, hanno contribuito ai significativi ribassi del prezzo del gas naturale, che è poi tornato a salire dalla seconda metà di novembre ma rimanendo comunque al di sotto dei picchi estivi”. Sommando la discesa del prezzo del petrolio e dei combustibili, a novembre l’inflazione misurata dall’indice armonizzato dei prezzi al consumo si è stabilizzata al 12,6% sull’anno, ”dopo una prolungata fase di accelerazione. Il propagarsi dell’impulso inflazionistico alla generalità delle componenti di spesa ha alimentato l’inflazione di fondo (al netto degli energetici e degli alimentari freschi), che ha raggiunto il 6,1%, un valore storicamente elevato, ma minore rispetto alla media dell’area euro (6,6%)”.

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