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domenica 22 Maggio 2022

Italia, il doppio boom: export di vino e import di semine

Milano – È record storico per le esportazioni di vino italiano che registrano un balzo del 12 per cento in valore nel 2021, sotto la spinta delle riaperture della ristorazione a livello internazionale, ma con la metà dei consumi all’estero è allarme per la carenza di bottiglie e il caos nei commercio provocati dalla guerra. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Istat in occasione del Vinitaly che apre con l’esposizione di tutti i colori del vino portati a Verona dalle diverse regioni nell’esclusivo salone “Tutti i colori del vino”, creato a Casa Coldiretti, di fronte all’ingresso della struttura fieristica (Ingresso Cangrande), per scoprire la grande biodiversità e qualità dalle quali nascono le più prestigiose bottiglie del vino made in Italy. Lo scorso anno le esportazioni di vino italiano hanno raggiunto – sottolinea Coldiretti in una nota – il valore massimo di sempre con 7,1 miliardi, anche se questo record viene ora messo a rischio dagli effetti della guerra in Ucraina, tra sanzioni, blocchi, tensioni commerciali e aumento dei costi di produzione ma anche l’emergenza bottiglie con aumenti dei prezzi ma anche ordinativi a rischio con le consegne fortemente rallentate che potrebbero avere un impatto pesante sulle vendite all’estero che rappresentano la metà del totale.

La guerra in Ucraina Infatti mette a rischio quasi 150 milioni di euro di export di vino made in Italy in Russia, che quest’anno avevano raggiunto il record storico con una crescita del 18 per cento rispetto al 2020, secondo l’analisi Coldiretti dati Istat. L’Italia è il primo Paese fornitore di vino in Russia, con una quota di mercato di circa il 30 per cento, davanti a Francia e Spagna. Oltre al Prosecco che nell’ultimo anno ha fatto registrare un boom del +55 per cento, i vini più gettonati a Mosca sono l’Asti e i Dop toscani, siciliani, piemontesi e veneti. Le sanzioni europee e hanno preso di mira le vendite di prodotti vinicoli sopra il valore di 300 euro ad articolo andando a colpire una selezione ristretta di vini italiani, come ad esempio alcune bottiglie di Sassicaia, Barolo, Amarone, Brunello di Montalcino che possono in alcuni casi superare il limite ma a preoccupare sono la svalutazione del rublo e soprattutto – osserva la Coldiretti – con difficoltà nei pagamenti persino per gli ordini già effettuati. Alcune spedizioni sono state interrotte, mentre un certo numero di operatori ha ridotto il periodo di differimento dei pagamenti o l’ha annullato del tutto, e nei ristoranti russi è già allarme per le scorte di bottiglie Made in Italy, divenute sempre più popolari.

Difficoltà che non frenano la corsa delle bottiglie tricolori negli altri mercati – rileva Coldiretti – con gli Stati Uniti che hanno fatto registrare nel 2021 un aumento del 18 per cento delle esportazioni confermandosi come il primo mercato di riferimento. Aumentate addirittura del 29 per cento le vendite in Cina ma a trainare le bottiglie italiane oltre confine nel 2021 sono stati anche i consumatori europei. In Francia, nel regno dello Champagne, le etichette made in Italy hanno fatto registrare un +18 per cento, mentre la Germania è cresciuta del +6 per cento, restando il Paese che acquista più vino tricolore nel Vecchio Continente. Subito dietro la Gran Bretagna dove le vendite di bottiglie made in Italy si sono mostrate più forti anche delle difficoltà causate dalla Brexit, con un aumento delle esportazioni del 5 per cento, grazie soprattutto ai risultati del Prosecco. Sul record del vino italiano pesa, infatti, l’irresistibile ascesa delle bollicine made in Italy che nel 2021 sfondano quota 1,8 miliardi, con una crescita del 24 per cento, secondo l’analisi Coldiretti. I migliori risultati sui principali mercati sono soprattutto quelli negli Stati Uniti, con un aumento delle vendite in valore del 33 per cento, e quello francese, in aumento del 23 per cento.

“L’Italia può ripartire dai punti di forza con l’agroalimentare, come il vino, che ha dimostrato resilienza di fronte la crisi e può svolgere un ruolo di traino per l’intera economia”, ha affermato il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, nel sottolineare che “per sostenere il trend di crescita dell’enogastronomia made in Italy serve anche agire sui ritardi strutturali dell’Italia e sbloccare tutte le infrastrutture che migliorerebbero i collegamenti tra Sud e Nord del Paese, ma anche con il resto del mondo per via marittima e ferroviaria in alta velocità, con una rete di snodi composta da aeroporti, treni e cargo. Una mancanza che ogni anno rappresenta per il nostro Paese un danno in termini di minor opportunità di export al quale si aggiunge il maggior costo della ‘bolletta logistica’ legata ai trasporti e alla movimentazione delle merci. Il Recovery plan – ha concluso Prandini – rappresenta dunque una occasione unica da non perdere per superare i ritardi accumulati e aumentare la competitività delle imprese sui mercati interno ed estero”.

Di contro, per quanto riguarda l’import, è partita la corsa alle semine di primavera in Italia, con gli agricoltori che spingono sulle produzioni di soia (+16 per cento), mais (+1 per cento) e girasole (+5 per cento) per fare fronte al caro prezzi e garantire le forniture alimentari alle famiglie dopo gli sconvolgimenti dei mercati mondiali determinati dalla guerra in Ucraina. È quanto emerge dall’analisi di Coldiretti sull’ultimo “Short term outlook” della Commissione Ue sui mercati agricoli nel 2022 che evidenzia una ripresa delle coltivazioni nonostante l’impennata dei costi a causa dei rincari di sementi, fertilizzanti e gasolio necessari per le operazioni colturali con circa un terzo delle aziende nazionali (30 per cento) che si trova costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo.

La semina è un momento importante per contrastare gli sconvolgimenti in atto sui mercati mondiali con l’aumento congiunturale record dei prezzi dei prodotti agricoli del 12,6 per cento rilevato dal paniere della Fao ma anche la preoccupante carenza di forniture provenienti da Russia e Ucraina dalle quale arrivavano – continua la Coldiretti – complessivamente in Italia il 13 per cento delle importazioni di mais e il 4,2 per cento di quelle di grano e ben il 60 per cento dell’olio di girasole, secondo il centro studi Divulga. Secondo le proiezioni della Ue – continua Coldiretti – il raccolto italiano di soia. destinata all’alimentazione degli animali, dovrebbe superare il milione di tonnellate su oltre 290mila ettari coltivati, quello di girasole sfiorerà le 300 mila tonnellate su 122 mila ettari mentre la produzione di mais sarà di oltre 6,1 milioni di tonnellate su più di 600 mila ettari a livello nazionale, nonostante l’emergenza siccità che continua ad interessare importanti aree del Paese a partire dalla pianura padana. Un trend favorito – secondo la Coldiretti – anche dal via libera dell’Unione europea alla semina in Italia di altri 200mila ettari di terreno per una produzione aggiuntiva di circa 15 milioni di quintali di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e tenero per la panificazione, in modo da ridurre la dipendenza dalle importazioni dei principali prodotti agricoli in Italia e nell’Unione Europea.

Va peraltro segnalato – precisa la Coldiretti – che tra pochi mesi inizierà la raccolta del grano seminato in autunno in Italia e – precisa la Coldiretti – secondo l’Istat si stimano 500.596 ettari a grano tenero per il pane, con un incremento dello 0,5 per cento mentre la superfice del grano duro risulta in leggera flessione dell’1,4 per cento per un totale di 1.211.304 ettari anche se su questa prima analisi pesano i ritardi delle semine per le avverse condizioni climatiche che potrebbero portare a rivedere il dato al rialzo. Un trend che contribuisce a ridurre la dipendenza dall’estero in una situazione in cui – evidenzia la Coldiretti – l’Italia è diventata deficitaria in molte materie prime e produce appena il 36 per cento del grano tenero che serve per pane, biscotti, dolci, il 53 per cento del mais per l’alimentazione delle stalle, il 56 per cento del grano duro per la pasta e il 73 per cento dell’orzo. L’Italia in particolare è costretta ad importare materie prime agricole a causa – precisa Coldiretti – dei bassi compensi riconosciuti agli agricoltori che hanno dovuto ridurre di quasi un terzo la produzione nazionale di mais negli ultimi 10 anni durante i quali è scomparso anche un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati.

La guerra – sottolinea Coldiretti – ha provocato uno shock dei mercati mondiali con Russia e Ucraina che rappresentano il 16 per cento degli scambi di mais (30 milioni di tonnellate) e il 65 per cento delle vendite di olio di girasole (10 milioni di tonnellate) con una impennata dei prezzi di materie prime ed energia che sta mettendo in difficoltà l’Unione europea. Uno tsunami che – evidenzia Coldiretti – si è abbattuto anche sulle aziende agricole italiane con rincari delle spese di produzione che vanno dal +170 per cento dei concimi al +129 per cento per il gasolio con incrementi dei costi correnti di oltre 15.700 euro in media, secondo lo studio del Crea dal quale si evidenzia che ad essere più penalizzati con i maggiori incrementi percentuali sono proprio le coltivazioni di cereali come il mais. “Bisogna intervenire per contenere il caro energia ed i costi di produzione con interventi sia immediati per salvare le aziende che strutturali per programmare il futuro del sistema agricolo nazionale, mentre a livello comunitario servono più coraggio e risorse per migliorare la nostra sicurezza alimentare riducendo la dipendenza dalle importazioni dei principali prodotti agricoli e dei fattori produttivi”, afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorrono investimenti peraumentare la produzione e le rese dei terreni con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità ma bisogna anche sostenere la ricerca pubblica con l’innovazione tecnologica a supporto delle produzioni, della biodiversità e come strumento di risposta ai cambiamenti climatici.

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