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sabato 1 Ottobre 2022

Italia, Fitch: riduzione debito difficile con tassi alti. Inflazione al top, ma il rischio recessione è globale

Milano – La politica fiscale del prossimo governo italiano dovrà adattarsi a tassi di interesse più elevati e alla crisi energetica se vorrà ridurre il debito pubblico, secondo un nuovo report aggiornato dell’agenzia di rating Fitch. L’analisi suggerisce che se i rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni rimangono vicini al 4%, saranno necessari saldi primari più elevati per mantenere il rapporto debito/PIL su un percorso discendente. Gli analisti non sono particolarmente preoccupati dalle azioni di un governo di centrodestra, che si trova oggi su posizioni meno euroscettiche del passato.

“Ciascuna partito sostiene tagli alle tasse e ci sono anche proposte per pensioni minime più elevate e nuove disposizioni per il prepensionamento – si legge nello studio – Queste proposte comporterebbero un certo allentamento fiscale e continuerebbero la strategia dell’amministrazione Draghi di dare priorità alla crescita e al consolidamento del backloading. Tuttavia, l’attuazione di tali politiche sarà complicata dalla crisi energetica e dall’aumento dei tassi di interesse. La legge di bilancio 2023 aiuterà a valutare la direzione della politica fiscale e probabilmente si concentrerà sulla protezione delle famiglie e delle imprese dallo shock energetico”.

Fitch fa tre simulazioni. Supponendo l’assenza di una recessione nel 2023 e tassi al 4%, il rapporto debito pubblico/PIL dovrebbe rimanere stabile intorno al 150%. Un secondo scenario, che incorpora una recessione del 2023 a causa dello shock energetico e uno scarso consolidamento, vede il rapporto debito/PIL salire al 157% entro il 2031. In un terzo scenario, in cui la riduzione del debito è prioritaria e in cui si ha un forte rimbalzo nel 2024, il rapporto debito/PIL diminuisce di 10 punti percentuali e raggiunge il 142% al 2031. Ieri l’agenzia di rating ha tagliato le stime di crescita per 2022 a 3% e per il 2023 a -0,7%, con una riduzione di 2,6 punti percentuali rispetto alla precedente stima. La crescita si risolleverà nel 2024 con un rimbalzo pari a +2,6%. La valutazione sul paese è “BBB” con outlook stabile.

Proprio oggi i dati definitivi dell’Istat confermano che, ad agosto, l’inflazione in Italia ha raggiunto un tasso record dalla fine del 1985. L’indice nazionale dei prezzi al consumo Nic, al lordo dei tabacchi, registra un aumento dell’8,4% su base annua (da +7,9% del mese precedente) e un incremento dello 0,8% su base mensile. I prezzi del cosiddetto “carrello della spesa” segnano un balzo ancora maggiore (+9,6%), un aumento che non si osservava da giugno 1984. “Sono l’energia elettrica e il gas mercato libero che producono l’accelerazione dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (in parte mitigata dal rallentamento di quelli dei carburanti) e che, insieme con gli alimentari lavorati e i beni durevoli, spingono l’inflazione a un livello (+8,4%) che non si registrava da dicembre 1985 (quando fu pari a +8,8%)”.

La crescita dell’inflazione nel mese di agosto è confermata in tutta l’Eurozona. Secondo l’Ufficio statistico europeo (EUROSTAT), i prezzi al consumo segnano un +9,1% su base tendenziale, in linea con la stima flash ed il consensus e in accelerazione rispetto al mese precedente, quando si era registrato un incremento dell’8,9%. Su base mensile i prezzi al consumo sono saliti dello 0,6%, in linea con la stima preliminare ed il consesus, e dopo il +0,1% del mese precedente. L’inflazione core, depurata dalle componenti più volatili quali cibi freschi, energia, alcool e tabacco, evidenzia una crescita del 4,3% su base annua, confermando stima flash e consensus. Nell’intera Unione europea, l’inflazione sale del 10,1% su base annua (dal +9,8% di luglio), mentre su mese si registra un +0,7%.

Allargando ancora lo zoom, è l’intera economia mondiale che rischia di sprofondare in recessione, con l’inflazione al top da decenni e la stretta monetaria avviata dalle banche centrali che potrebbe rivelarsi insufficiente per contenerla. L’allarme è della Banca Mondiale, secondo cui l’economia globale sta subendo il rallentamento più marcato dalla ripresa post recessione del 1970 e la fiducia dei consumatori è già scesa più di quanto non sia mai accaduto in precedenza in situazioni simili. Nello scenario peggiore disegnato dall’istituto di Washington il tasso d’inflazione di base globale, escludendo l’energia, potrebbe attestarsi intorno al 5% nel 2023, quasi il doppio della media quinquennale prima della pandemia. Per raffreddare il costo della vita, le banche centrali potrebbero dover alzare i tassi di interesse di altri 2 punti percentuali, oltre all’aumento di 2 punti percentuali già registrato rispetto alla media del 2021.

Ma un incremento di queste dimensioni, insieme alle tensioni sui mercati finanziari, rallenterebbe la crescita del prodotto interno lordo globale allo 0,5% nel 2023, equivalente a una contrazione dello 0,4% in termini pro-capite, il che soddisferebbe la definizione tecnica di recessione globale. “La crescita mondiale sta rallentando bruscamente e un ulteriore rallentamento è probabile man mano che un numero maggiore di Paesi sta cadendo in recessione”, ha dichiarato il presidente della Banca Mondiale, David Malpass. “La mia preoccupazione”, ha aggiunto, è che queste tendenze persistano, con conseguenze durevoli che potrebbero rivelarsi devastanti per i mercati emergenti e in via di sviluppo”. Per questo, ha concluso, le autorità politiche “dovrebbero spostare la propria attenzione dalla riduzione dei consumi all’aumento della produzione”.

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