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lunedì 30 Gennaio 2023

Ita, Tim, Ilva: i dossier caldi del 2023

Roma – Anno dopo anno, governo dopo governo, alcuni dei più importanti dossier industriali rimangono ancora aperti alla ricerca di una soluzione. Dagli aerei all’acciaio passando per le telecomunicazioni anche il 2023 si preannuncia all’insegna di nuove sfide con i riflettori puntati anche sul ruolo dello Stato che, soprattutto dopo il covid, ha via via assunto una sempre maggiore centralità. Ma il 2023 sarà anche l’anno di una partita cruciale: il rinnovo dei vertici dei grandi gruppi controllati dallo Stato.

Ita. Prima era Alitalia, oggi è Ita. Le sorti della compagnia di bandiera sono uno dei piatti forti della politica industriale italiana. A febbraio l’allora premier Mario Draghi firma un Dpcm firmato da Mario Draghi che dà disco verde alla privatizzazione dell’aviolinea controllata dal Mef al 100%. E si parte anche la ricerca di un partner industriale, passaggio fondamentale per una compagnia che, date le sue dimensioni, non può stare da sola sul mercato. Si fanno avanti Msc e Lufthansa, il cui piano, tra l’altro, punta sullo sviluppo del cargo. In campo arriva anche il fondo Usa Certares insieme con Air France Klm e Delta. A fine agosto la scelta del governo Draghi per avviare una trattativa in esclusiva proprio su questa cordata. Ma lo scenario cambia con l’arrivo del Governo Meloni. Non ci sono le condizioni per andare avanti con Certares mentre in pista rimane Lufthansa, senza però Msc che, nel frattempo, si è sfilata.

Al dossier sembra, comunque, aver impresso un accelerazione il dpcm varato prima di Natale dal consiglio dei ministri per velocizzare la privatizzazione. Il precedente Dpcm prevedeva il mantenimento da parte del Mef di una “partecipazione di minoranza, non di controllo”. Il nuovo Dpcm, invece, consente l’ingresso di un partner con una quota non di maggioranza. Assume importanza rilevante, ai fini della vendita, il piano industriale del candidato acquirente della compagnia aerea. La gara rimane tecnicamente aperta a tutti i soggetti interessati. Ma, al momento, nel futuro di Ita sembra stagliarsi sempre di più il colosso tedesco, entrato nella data room a metà novembre. La road map che ora si profila è quella di un ingresso di Lufthansa con una quota di minoranza, intorno al 40%, per poi salire al 100%. Più volte, nelle ultime settimane, la compagnia ha confermato che procedono, in modo positivo, le interlocuzioni con Lufthansa. Si attende ora che questo confronto approdi a un risultato. E chissà che la giovane Ita non torni a chiamarsi Alitalia, come ha auspicato il ministro Adolfo Urso.

Ex Ilva. Si apre uno spiraglio di soluzione nella lunga e travagliata storia dell’ex gruppo Ilva. Il governo infatti, ha deciso di sbloccare circa 1,7 mld per dare modo ad Acciaierie d’Italia, la newco che vede per ora socio di minoranza lo Stato, di fronteggiare la crisi che sta attraversando da tempo: un miliardo, già previsto dal Dl aiuti Bis varato dall’ex governo Draghi, con cui garantire attraverso un rafforzamento patrimoniale della società, l’operatività del gruppo alle prese con una forte crisi di liquidità ed una pesante esposizione debitoria verso i principali fornitori; e ulteriori 680 milioni, anch’essi già stanziati ma non ancora versati nelle casse della società da utilizzare “fin d’ora” quale finanziamento soci, convertibile in futuro in un aumento di capitale. Un finanziamento quest’ultimo che è possibile leggere come una volontà del governo di accelerare la salita in maggioranza da parte dello Stato prima del 2024 come deciso nel maggio scorso. Si comincerebbe a lavorare dunque già nel 2023 per portare la partecipazione dello Stato al 60% mentre ArcelorMittal, che contribuirà all’operazione con 70 milioni, scenderebbe al 40%. Esattamente con previsto dall’accordo di investimento siglato al termine di un furibondo confronto tra la multinazionale indiana ed il governo Conte nel 2020.

A tutto questo il Governo Meloni ha aggiunto, per reintrodurre ‘condizioni per la sostenibilità dell’investimento’, anche il ripristino dello scudo penale, cancellato sempre dal governo Conte sostenendo che “sanzioni interdittive non possano essere applicate quando pregiudicano la continuità dell’attività svolta”. A fare da appendice al quadro, una nuova intesa tra i soci che, alla luce della condivisa “modifica dei patti parasociali” e della nuova partecipazione azionaria nonché della futura governance, ha previsto una nuova serie di impegni per i soci. A cominciare dal “rilancio del sito produttivo e garanzie occupazionali con un target di produzione superiore a quello conseguito da Acciaierie d’Italia nell’ultimo biennio” alla “riconversione industriale per un impianto green e il risanamento ambientale con il completamento dell’Aia nei tempi previsti”; dagli “investimenti legati allo sviluppo industriale e al Polo di Taranto, iniziative di economia circolare, attivazione di impianti di desalinizzazione tramite il recupero delle acque dolci dei fiumi Tara e Sinni”, allo “sviluppo del porto tramite impianto di degassificazione Fsru galleggiante”. Ma la ‘svolta’ del governo non ha portato pace nei territori che insieme ai sindacati hanno sonoramente bocciato il provvedimento. L’11 gennaio dunque tutti a Roma per manifestare davanti a Palazzo Chigi la propria opposizione che sarà dettagliata nel corso del nuovo incontro al Tavolo Ilva convocato dal ministro delle imprese Adolfo Urso per il 19 gennaio. Anche per questo round il Mimit ha invitato i vertici italiani di ArcelorMittal che l’ultima volta avevano dato forfait. E il nuovo capitolo sulla “madre di tutte le vertenze” appare ancora tutto da scrivere.

Tim. Una rete a controllo pubblico sul modello wholesale only, cioè che fornisce la banda ma non vende servizi, con l’obiettivo di potenziare la diffusione della fibra ottica nel paese e sviluppare la connettività anche nelle aree ‘a fallimento di mercato’, vale a dire paesini di montagna e zone rurali. E’ in sintesi l’obiettivo dichiarato dal governo che, tramontato il memorandum of understanding tra Cdp e Tim che avrebbe dovuto portare alla fusione tra la rete di Tim e quella di Open fiber (società che al 60% fa capo alla Cassa depositi e prestiti), sta cercando una soluzione ascoltando gli stakeholder interessati. Dopo tre incontri di carattere tecnico che hanno avuto luogo al Mimit, con la partecipazione dei funzionari dei ministeri interessati, lo stesso Ministero delle imprese e del made in Italy e del Mef, nonchè rappresentanti di Vivendi, che è azionista di Tim con circa il 24%, e Cdp, presente nel capitale con poco meno del 10% il lavoro continua sembra in modo proficuo. Fiducioso è sembrato il ceo di Vivendi Arnaud de Puyfontaine che ha parlato di “clima sereno e costruttivo” emerso dai tavoli di lavoro tra governo e azionisti di maggioranza. Il faro è sulla separazione della rete di Tim dai servizi, un disegno che del resto figura anche nel piano industriale approvato dal board del gruppo e cui è da mesi al lavoro l’Ad Pietro Labriola e che distingue tra ServCo e Netco. L’accordo cui si lavora in questi giorni con gli incontri in corso al Mimit dovrebbe vedere il controllo dell’asset in capo a Cdp. ”Abbiano insediato il tavolo con le parti e a cui partecipano tutti ministeri competenti per materia e insieme parti pubbliche e private, per trovare una soluzione condivisa per una rete a controllo pubblico al servizio di imprese e famiglie e che raggiunga tutti i distretti del Paese, salvaguardando l’occupazione di Tim” ha spiegato il ministro Adolfo Urso senza sbilanciarsi sull’iter che si sta seguendo. “Troveremo la soluzione migliore nel contesto dato” ha tagliato corto.

Last but not least, la partita delle nomine. Supera, e di molto, quota 100 il numero delle poltrone che ‘scottano’ e che saranno al centro della partita dei rinnovi al vertice delle grandi aziende partecipate dallo Stato. Da Eni a Enel, da Leonardo a Poste, con l’approvazione dei bilanci 2022 andranno in scadenza consigli di amministrazione e collegi sindacali di alcune delle maggiori società pubbliche. Calendario alla mano, la formalizzazione delle nomine arriverà con le assemblee degli azionisti della prossima primavera. Ma si sa che, tra conferme e rinnovi, le grandi manovre per il ridisegno della mappa del potere ai vertici dei grandi gruppi cominciano molto prima. Prima di tutto, dunque, ci sono le sei aziende quotate: Enav (l’ad Paolo Simioni al primo mandato, dal 2020), Enel (l’ad Francesco Starace al terzo mandato, dal 2014), Eni (l’ad Claudio Descalzi al terzo mandato, dal 2014), Leonardo (l’ad Alessandro Profumo al secondo mandato, dal 2017), Poste Italiane (l’ad Matteo Del Fante al secondo mandato, dal 2017), Terna (l’ad Stefano Donnarumma al primo mandato dal 2020). Secondo i calcoli elaborati dallo centro studi Comar, soltanto per queste sei società, si prevede la nomina di poco meno di 80 consiglieri, cui si aggiungono circa 40 sindaci. Quotate ma non solo. La lista si allunga poi con la galassia delle società del Mef, controllate anche indirettamente per il tramite di Cdp. La partita si preannuncia intensa e sono attese novità se si considera che per la precedente tornata a decidere era stato il governo giallo-rosso. Per le ‘big’ quotate, c’è una regola non scritta che prevede il cambio dei vertici dopo il terzo triennio, ma non è vincolante e la situazione economica, in particolare quella dell’energia, potrebbe favorire la deroga a tale principio.

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