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lunedì 8 Agosto 2022

Energia, inflazione, elezioni: fattori contrastanti con la ripresa italiana

Roma – Fattori contrastanti circondano le stime di crescita economica dell’Italia. Osservando il Belpaese e le sfide future, incombono almeno tre rischi sulla strada della piena ripresa: quali? Un’analisi di Politico.eu ha acceso i riflettori sull’Italia. Inflazione accelera a giugno: +8% in un anno, mai così dal 1986. Il primo è senza dubbio la questione energetica, cruciale per il nostro Paese. L’economia potrebbe contrarsi ulteriormente se la Russia, dopo aver ridotto i flussi di gas del 40%, decidesse di chiudere del tutto il rubinetto. In tale scenario, il Pil scenderebbe in media di 2 punti percentuali nella zona euro, con i paesi più dipendenti dal gas – Germania e Italia – in maggiore pericolo rallentamento, ha affermato Taddei di Goldman Sachs. “Gli investimenti calano, i consumi calano e di conseguenza si entra in recessione”.

C’è anche il rischio intrinseco di un peggioramento dell’inflazione: più l’offerta si riduce, più i prezzi dell’energia aumentano. A giugno l’inflazione ha accelerato di nuovo salendo a un livello (+8,0%) che non si registrava da gennaio 1986 (quando fu pari a +8,2%). E’ il commento dell’Istat agli ultimi dati provvisori di giugno sui prezzi al consumo diffusi dall’Istituto. “Le tensioni inflazionistiche continuano a propagarsi dai Beni energetici agli altri comparti merceologici, nell’ambito sia dei beni sia dei servizi. Pertanto, i prezzi al consumo al netto degli energetici e degli alimentari freschi (componente di fondo; +3,8%) e al netto dei soli beni energetici (+4,2%) registrano aumenti che non si vedevano rispettivamente da agosto 1996 e da giugno 1996″ afferma l’Istat.”Al contempo, l’accelerazione dei prezzi degli Alimentari, lavorati e non, spingono ancora più in alto la crescita di quelli del cosiddetto ‘carrello della spesa’ (+8,3%, mai così alta da gennaio 1986, quando fu +8,6%)” aggiunge l’Istat.

nel dettaglio, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dell’1,2% su base mensile e dell’8,0% su base annua (da +6,8% del mese precedente). L’ulteriore accelerazione della crescita su base tendenziale dell’indice generale dei prezzi al consumo si deve prevalentemente da una parte ai prezzi dei Beni energetici (la cui crescita passa da +42,6% di maggio a +48,7%) e in particolare degli Energetici non regolamentati (da +32,9% a +39,9%; i prezzi dei Beni energetici regolamentati continuano a registrare una crescita molto elevata ma stabile a +64,3%), e dall’altra a quelli dei Beni alimentari, sia lavorati (da +6,6% a +8,2%) sia non lavorati (da +7,9% a +9,6%), dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +4,4% a +5,0%) e dei Servizi relativi ai trasporti (da +6,0% a +7,2%).

“L”inflazione di fondo’, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accelera da +3,2% a +3,8% e quella al netto dei soli beni energetici da +3,6% a +4,2%. Su base annua accelerano sia i prezzi dei beni (da +9,7% a +11,4%) sia quelli dei servizi (da +3,1% a +3,4%); si ampia, quindi, il differenziale inflazionistico negativo tra questi ultimi e i prezzi dei beni (da -6,6 di maggio a -8,0 punti percentuali). L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto a diverse componenti e in particolare ai prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+6,0%), dei Servizi relativi ai trasporti (+2,0%), degli Alimentari lavorati (+1,7%), dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,3%) e dei Beni non durevoli (+0,7%). L’inflazione acquisita per il 2022 è pari a +6,4% per l’indice generale e a +2,9% per la componente di fondo. Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) registra un aumento su base mensile dell’1,2% e dell’8,5% su base annua (da +7,3% nel mese precedente), rileva ancora l’Istat.

A giugno sale il costo del carrello della spesa. Stando ai dati provvisori sui prezzi al consumo diffusi oggi dall’Istat accelerano i prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +6,7% a +8,3%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +6,7% a +8,4%). Roma sta anche osservando la Bce, che dovrebbe inasprire la politica monetaria per contrastare l’inflazione dell’Eurozona: questo è il secondo rischio per l’Italia. La banca è orientata ad aumentare i tassi d’interesse a luglio, seguito da un secondo rialzo a settembre che potrebbe essere ancora più grande. Questi piani hanno innescato turbolenze di mercato e il debito italiano è stato particolarmente colpito. La differenza tra Btp e Bund a 10 anni è salita a livelli mai visti dal 2020, suscitando timori a Roma che il famoso pericolo “spread” stia tornando.

Infine, c’è la trappola elezioni del 2023. Draghi potrebbe avere difficoltà a mantenere la maggioranza concentrata sull’agenda delle riforme e questo perché i partiti pare si stiano già muovendo in modalità campagna elettorale. Il M5s si è spaccato, per esempio. La coalizione di partiti cosiddetti euroscettici di destra – Fratelli d’Italia e Lega – viaggia con quasi il 40% delle preferenze nei sondaggi. È improbabile che un Governo che attacca l’Ue si conformi volentieri alle richieste di Bruxelles di autocontrollo fiscale, il che potrebbe significare ulteriori problemi per l’economia, secondo gli analisti.

La spina nel fianco degli italiani è però rappresentata soprattutto dall’inflazione: è la ‘tassa’ più iniqua, perché pesa di più su chi ha di meno. Riduce il potere di acquisto, in maniera insostenibile per i redditi più bassi e in maniera quasi impercettibile per i redditi più alti. In mezzo, un impatto che decresce insieme all’aumentare degli stipendi e della ricchezza accumulata. L’inflazione ha anche un’altra caratteristica che la rende difficile da gestire. Richiede interventi che inevitabilmente vanno a pesare sulla spinta alla crescita, in un dilemma, quello tra controllo dei prezzi e sostegno all’economia, che agita le banche centrali che devono muovere le leve della politica monetaria e interroga i governi che devono muoversi cercando un difficile equilibrio.

Quando l’inflazione alta si lega alla crescita bassa, si entra nel terreno melmoso della stagflazione, l’approdo peggiore delle crisi economiche. Nella fase attuale, ci sono fattori esterni che si aggiungono a una spinta che arriva da lontano. In particolare, guardando alla componente energetica dell’inflazione, quella che pesa di più, le conseguenze della guerra in Ucraina, e delle tensioni sul gas e sul petrolio, si sommano all’incremento dei prezzi che ‘naturalmente’ stava seguendo i passi avanti nella trasformazione verso un sistema prevalentemente alimentato dalle rinnovabili. Il problema ulteriore è che ormai l’inflazione non è solo legata all’energia.

C’è stata una contaminazione a tutti gli altri settori, in parte dovuta alla carenza di materie prime e al costo dei trasporti e in parte anche a una quota di speculazione. I dati dicono quello che la vita di tutto i giorni sta mostrando con grande evidenza a tutti. I prezzi salgono rapidamente, soprattutto per i prodotti che si acquistano quotidianamente. Che si parli di un ritorno alla metà degli anni ’80, o alla metà degli anni ’90, quello che conta è il peso che i prezzi hanno in relazione al potere di acquisto degli italiani, visto anche che i salari non crescono e, anzi, calano. Sono ancora i numeri a fornire la spiegazione migliore. L’Italia è l’unico Paese Ocse in cui i salari sono diminuiti negli ultimi trent’anni, complice la stagnazione di Pil e produttività: -3%, mentre la Germania segna +34%, la Francia +31% e la Spagna +6%. In questo scenario, l’inflazione è senza dubbio la tassa peggiore che ci possa essere per i redditi più bassi.

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