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sabato 31 Luglio 2021

Il sostegno delle politiche fiscali al credito rivitalizza i titoli bancari

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Gli analisti di Columbia Threadneedle, Paul Smillie, Dori Aleksandrowicz e Rosalie Pinkney fanno il punto della situazione sul settore bancario.

Le banche hanno dimostrato di essere capaci di sostenere il flusso del
credito all’economia reale, grazie a due elementi: la risposta fiscale e l’azione
concertata delle banche centrali di tutto il mondo.
Per Paul Smillie, Dori Aleksandrowicz e Rosalie Pinkney (in foto), analisti
senior di Columbia Threadneedle, le occasioni offerte dai titoli bancari sono
favorite dal costo del rischio in calo. Le differenze tra la crisi del credito del
2007 e l’attuale, indotta dall’epidemia di Covid-19, sono molte.
Le cause sono state completamente diverse, ma le somiglianze tra le due
crisi sono innegabili: la prima è stata una crisi finanziaria con ripercussioni
sull’economia reale, la seconda una crisi dell’economia reale con
ripercussioni sui mercati finanziari.
Del resto, alcune delle politiche adottate con successo durante la crisi
finanziaria (in particolare, i massicci programmi di quantative easing) sono
state prontamente rimesse in campo dalle banche centrali di tutto il mondo
quando i lockdown indotti dalla pandemia hanno fatto vacillare le economie.
Questa seconda volta, sono stati appresi insegnamenti preziosi. In
particolare, durante la pandemia di Covid-19 la risposta fiscale è stata rapida
e senza precedenti. I governi hanno introdotto massicci programmi per il
mantenimento dei posti di lavoro nonché agevolazioni fiscali per le piccole e
medie imprese.
Le garanzie sui prestiti attraverso iniziative quali il Paycheck Protection
Program negli Stati Uniti hanno assicurato il mantenimento del flusso del
credito verso il settore societario in un momento in cui molte aziende ne
avevano estremo bisogno.

Credito per l’economia
Le misure di stimolo fiscale hanno avuto l’effetto secondario auspicato:
rafforzare i bilanci delle banche. Nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria, la
Banca centrale europea stima che tali misure proteggeranno i coefficienti
patrimoniali delle banche nelle principali economie europee nella misura di
circa 300 punti base entro la fine dell’anno, contribuendo ad un significativo
miglioramento delle loro riserve di capitale e dando loro la fiducia di erogare
prestiti.
In effetti, diversamente dalla crisi finanziaria globale, durante la pandemia le
aziende hanno beneficiato di un buon accesso alla liquidità in quanto le
banche hanno iniettato credito nell’economia generale: nel 2020 la crescita
dei prestiti societari è aumentata di ben il 6% in Europa e del 10% negli Stati
Uniti. Inoltre, in paesi come l’Italia e la Spagna, più esposti al rischio di prestiti
in sofferenza, molti di questi aiuti finanziari sono confluiti verso le Pmi.
Ciò dovrebbe ridurre il numero di crediti deteriorati, il che dovrebbe a sua
volta fornire un ulteriore sostegno alla stabilità finanziaria di molti istituti di
credito europei.
Non dovremmo nemmeno dimenticare che, grazie ai nuovi record di
emissioni raggiunti dai mercati obbligazionari globali nel 2020, i mercati dei
capitali hanno svolto un ruolo altrettanto cruciale nel garantire credito al
settore societario.
L’aumento dei finanziamenti non ha solo fornito liquidità vitale alle aziende in
tempi estremamente difficili, ma ha anche assicurato un vigoroso flusso di
utili anticiclici alle banche con attività di investment banking.
I rischi, tuttavia, non mancano. La maggiore disponibilità di credito e il calo
degli utili societari hanno provocato un netto aumento del debito societario
rispetto al PIL nel 2020, sia negli Stati Uniti che in Europa. Ci aspettiamo
però un calo di questi livelli nel 2021 a fronte della ripresa della crescita
economica.
Deviando le perdite dai bilanci bancari verso quelli sovrani, i governi sono di
fatto riusciti a scongiurare una crisi finanziaria. La conseguenza è stata un
marcato incremento del debito pubblico.
Dal momento che alcuni dei maggiori detentori di obbligazioni governative
sono banche, il rialzo dei rendimenti obbligazionari sovrani indebolisce i
bilanci degli istituti di credito.

I rischi di questo circolo vizioso del debito sovrano sono in parte diminuiti
grazie agli sforzi delle banche centrali tesi a mantenere bassi i costi di
finanziamento tramite ampi programmi di acquisti di titoli sovrani; tuttavia, con
un rapporto debito/PIL che quest’anno potrebbe arrivare fino al 160% in Italia
e al 120% in Spagna, i campanelli d’allarme per il settore finanziario non
mancano.

Probabile normalizzazione del costo del rischio
Se finora abbiamo assistito a pochi fallimenti societari, per tutto il 2020 il
settore bancario globale ha effettuato accantonamenti in via preventiva contro
potenziali default.
Questo “costo del rischio” è ora in netto calo, un risultato notevole considerati
i gravi danni inferti dai lockdown alle economie nazionali. Inoltre, ci
aspettiamo che dopo la pandemia queste cruciali cifre sul costo del rischio si
normalizzino ad un ritmo molto più rapido rispetto a quando osservato
all’indomani della crisi finanziaria globale.
Guardando i dati complessivi relativi a oltre 50 grandi banche che copriamo a
livello globale, si nota che il costo del rischio ha raggiunto un massimo di
circa 150 punti base durante la CFG.
Ci sono quindi voluti altri cinque anni per tornare ai livelli normalizzati di circa
45 punti base. Questa volta, durante la pandemia, il costo del rischio ha
raggiunto un picco di 90 punti base e ci aspettiamo che ridiscenda verso 45
punti base nell’arco di appena due anni.
In breve, visti gli ampi stimoli delle banche centrali e il sostegno fiscale senza
precedenti, le preoccupazioni sulla solvibilità degli istituti di credito nutrite da
molti investitori a metà del 2020 sono quasi del tutto scomparse. Nel 2021 e
2022 ci aspettiamo che i coefficienti patrimoniali bancari si manterranno
solidi.
Le prospettive globali
Con il costo del rischio in calo e i bilanci delle banche centrali in crescita, il
settore bancario globale dispone di liquidità e capitale in eccesso, un’ottima
notizia per gli investitori; tra l’altro, gli spread sui titoli bancari sono tornati ai
livelli pre-crisi.
Le speranze di reflazione e di distribuzione di parte di quel capitale agli
azionisti tramite dividendi generosi nei prossimi trimestri hanno contribuito
alla ripresa dei prezzi.

Tuttavia, i tagli dei tassi d’interesse e l’afflusso di depositi continuano a
pesare sui margini. Gli investimenti tecnologici finalizzati a migliorare le
efficienze stanno aiutando.
Inoltre, le banche italiane e spagnole hanno già intrapreso un ambizioso
processo di consolidamento per eliminare i costi. Ci aspettiamo una
prosecuzione di questa dinamica sia in Europa che, a livello di banche di
piccole e medie dimensioni, negli Stati Uniti.
Nel complesso, le pressioni sulla redditività sono più acute in Europa, dove
continuiamo a prevedere rendimenti complessivi nettamente inferiori al costo
del capitale. Negli Stati Uniti, le prospettive sulla redditività sono decisamente
più rosee. Ciò si riflette sulle nostre classifiche fondamentali dei titoli
investment grade globali, che vedono le banche statunitensi ai primi posti.

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