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lunedì 8 Agosto 2022

Il Giappone non lascia la Russia, ma lo yen è ai minimi sul dollaro

Tokyo – Meno del tre per cento delle aziende giapponesi operanti in Russia ha lasciato il Paese a seguito del conflitto in Ucraina. E’ quanto emerge da un’analisi effettuata da Teikoku Databank Ltd, da cui si evince che il Giappone è di gran lunga l’ultimo tra gli Stati membri del G7 in termini di disaccoppiamento dall’economia della Russia, nonostante la sua ferma condanna del conflitto in Ucraina. Secondo l’analisi, gran parte delle aziende giapponesi operanti in Russia ha scelto una linea di cautela, ridimensionando o sospendendo le operazioni nella speranza di riprenderle in futuro. Solo 4 aziende giapponesi sul totale delle 168 operanti in Russia – appena il 2,4 per cento – ha invece deciso di porre fine alle operazioni nel Paese. Il dato è aggiornato al 19 giugno, e si basa su un sondaggio della Yale School of Management che ha interessato oltre 1.300 aziende di tutto il mondo. Dopo il Giappone, l’Italia è il Paese del G7 meno propenso a troncare le relazioni economiche con la Russia: ad oggi, circa il cinque per cento delle aziende italiane operanti in Russia ha deciso di abbandonare il Paese a seguito del conflitto in Ucraina.

Meno del tre per cento delle aziende giapponesi operanti in Russia ha lasciato il Paese a seguito del conflitto in Ucraina. E’ quanto emerge da un’analisi effettuata da Teikoku Databank Ltd, da cui si evince che il Giappone è di gran lunga l’ultimo tra gli Stati membri del G7 in termini di disaccoppiamento dall’economia della Russia, nonostante la sua ferma condanna del conflitto in Ucraina. Secondo l’analisi, gran parte delle aziende giapponesi operanti in Russia ha scelto una linea di cautela, ridimensionando o sospendendo le operazioni nella speranza di riprenderle in futuro. Solo 4 aziende giapponesi sul totale delle 168 operanti in Russia – appena il 2,4 per cento – ha invece deciso di porre fine alle operazioni nel Paese. Il dato è aggiornato al 19 giugno, e si basa su un sondaggio della Yale School of Management che ha interessato oltre 1.300 aziende di tutto il mondo. Dopo il Giappone, l’Italia è il Paese del G7 meno propenso a troncare le relazioni economiche con la Russia: ad oggi, circa il cinque per cento delle aziende italiane operanti in Russia ha deciso di abbandonare il Paese a seguito del conflitto in Ucraina.

Eppure l’economia nipponica non sta andando benissimo: mercoledì lo yen ha segnato un nuovo record negativo da 24 anni a questa parte, a 37 sul dollaro. La divisa giapponese non toccava un valore così basso da settembre 1998. A pesare sulla moneta è la prosecuzione della politica monetaria ultra-espansiva della Banca del Giappone (BoJ), in contrasto con il brusco irrigidimento delle politiche della Federal Reserve e di molte delle maggiori banche centrali mondiali. La Banca del Giappone (BoJ) potrebbe aver accumulato perdite sino a 600 miliardi di yen (circa 4,4 miliardi di dollari) sul suo portafogli di obbligazioni di Stato giapponesi all’inizio di questo mese, a causa del forte rialzo dei rendimenti causato dal crescente divario tra le politiche monetarie del Giappone e quelle delle altre maggiori economie globali. Lo ha scritto questa settimana il quotidiano “Nikkei”, che ha chiesto a Nomura Securities, Mizuho Securities e Mitsubishi UFJ Morgan Stanley Securities una stima dello stato degli asset della banca centrale giapponese al 15 giugno.

La BoJ detiene ormai oltre la metà del monte delle obbligazioni sovrane giapponesi complessivo, nel contesto di una politica ultra-espansiva che ha avuto inizio con la crisi finanziaria globale del 2008, e che ha progressivamente esposto la banca centrale alle fluttuazioni del mercato obbligazionario. Nei giorni scorsi la Banca del Giappone (BoJ) si è confermata in controtendenza rispetto alla maggior parte delle grandi banche centrali del Globo, mantenendo invariata la propria politica monetaria ultra-espansiva nonostante la pressione dell’inflazione, il deprezzamento dello yen sul dollaro e le pressioni degli investitori privati sul debito sovrano giapponese. La decisione della banca centrale è seguita un ulteriore aumento dei rendimenti sui titoli decennali giapponesi, che hanno raggiunto lo 0,265 per cento, ai massimi da sei anni. Le aspettative degli investitori per un cambio di rotta da parte della BoJ erano aumentate nelle ultime settimane, ma la banca centrale guidata da Haruhiko Kuroda non ha dato nemmeno un segnale di flessibilità, ad esempio ampliando il valore di riferimento dei rendimenti sui titoli a 10 anni.

La BoJ fatica però a mantenere i propri indirizzi di politica monetaria, a fronte del crescente numero di investitori istituzionali stranieri che stanno vendendo titoli sovrani giapponesi, future e derivati per scommettere invece sull’aumento dei tassi negli Stati Uniti e in Europa. Nelle scorse settimane, ad esempio, l’hedge fund BluBay ha avviato uno short sulle obbligazioni giapponesi, scommettendo che la BoJ non sarà in grado di mantenere la propria politica ultra-espansiva in controtendenza rispetto alle banche centrali della altre maggiori economie globali. Nella mattinata di mercoledì 15 giugno la BoJ ha causato nervosismo sui mercati, informandoli dell’intenzione di voler continuare ad effettuare operazioni di mercato con un rendimento obiettivo attorno allo zero. Sino a questo momento la BoJ si era concentrata sul mantenimento del rendimento dei titoli a 10 anni attorno allo 0,25 per cento. La concentrazione esclusiva della banca centrale sui titoli a 10 anni è colta dagli investitori statunitensi ed europei come un segnale che la BoJ potrebbe essere presto costretta ad aggiustare la propria politica monetaria.

Il rendimento dei titoli sovrani giapponesi a 10 anni è aumentato lunedì allo 0,255 per cento, superando il livello obiettivo dello 0,25 per cento stabilito dalla banca centrale: ciò significa che le obbligazioni son ostate vendute a un prezzo inferiore a quello offerto dalla banca, e dunque che i mercati stanno perdendo fiducia nella politica monetaria del Giappone. Per il momento, la BoJ ha risposto aumentando ulteriormente i propri acquisti di obbligazioni: martedì 14 giugno si è offerta di acquistare titoli sovrani giapponesi per 7,05 miliardi di dollari, in aggiunta alle sue altre operazioni a tasso fisso. Il giorno successivo, in aggiunta a una ulteriore espansione di tali operazioni, la banca centrale ha acquistato oltre 7 miliardi di dollari di titoli in aggiunta a quelli pianificati. Secondo il quotidiano “Nikkei”, il braccio di ferro tra investitori e banca centrale giapponese ricorda quello che nel 1992 vide invece protagonista la Banca d’Inghilterra, quando quest’ultima tentò di difendere la sterlina dal marco tedesco nel contesto del vecchio meccanismo di cambio europeo. A settembre di quell’anno l’investitore George Soros “spezzò” la resistenza della banca con una aggressiva vendita allo scoperto della sterlina britannica.

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