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lunedì 5 Dicembre 2022

Il costo dell’energia frena la crescita italiana e mondiale: il DpB di Draghi e i numeri Istat, Ocse e Fmi

Milano – Economia ancora in rallentamento nei principali Paesi, sia industrializzati, sia emergenti. Lo confermano gli indicatori anticipatori della congiuntura, compresi nel leading indicator, pubblicati dall’Organizzazione OCSE. Per il mese di settembre, il superindice che anticipa di 6-9 mesi le tendenze economiche future, si è attestato a quota 98,6 in lieve calo dai 98,8 punti del mese precedente. Cala l’indicatore dell’Eurozona a 98,3 punti da 98,6. Tra i paesi membri, in Francia l’indicatore lima a 98,2 da 98,3 punti, mentre in Germania scende a 98,1 da 98,6. In Italia, il leading indicator cala a 97,7 da 98 punti. L’indicatore economico anticipatore del Giappone è stabile a 100,5 punti, quello degli Stati Uniti scende a 98,5 da 98,6 e quello della Gran Bretagna a 95,7 punti da 96.

Il Fmi, dal canto suo, rivede al rialzo la crescita dell’Italia. Dopo il +6,6% del 2021, il pil è atteso salire nel 2022 del 3,2%, ovvero 0,2 punti percentuali in più rispetto alle stime di luglio (+0,9 punti su aprile). Per il 2023 invece il Fondo taglia le sue previsioni di 0,9 punti percentuali (-1,9 punti su aprile), stimando una contrazione dell’economia dello 0,2%. Nel 2022 l’Italia cresce così più della Germania (+1,5%) e della Francia (+2,5%). In Italia la ripresa dei servizi turistici e della produzione industriale nella prima metà del 2022 ha contribuito a previsioni di crescita del 3,2% che è attesa “rallentare fortemente” nel 2023. Rallenta la crescita tedesca e francese nel 2023. Il Fmi stima che il pil della Germania si contrarrà il prossimo anno dello 0,3% (-1,1 punti percentuali rispetto alle previsioni di luglio) dopo aver segnato un +1,5% nel 2022 (+0,3 punti).

La Francia invece è attesa crescere del 2,5% quest’anno (+0,2 punti) e dello 0,7% il prossimo (-0,3). Frenano anche la Spagna e la Gran Bretagna. L’economia britannica crescerà dello 0,3% nel 2023 (-0,2 punti) e quella spagnola dell’1,2% (-0,8). “Nubi di tempesta si addensano” sull’economia globale, sulla quale gravano rischi al ribasso. Il Fmi conferma la crescita del 2022 al +3,2% ma rivede al ribasso quella del 2023 al 2,7% (-0,2 punti percentuali sulle stime di luglio). “Più di un terzo dell’economia globale si contrarrà nel 2023, mentre le tre maggiori economie – Usa, Cina e Unione Europea – continueranno lo stallo. In breve il peggio deve ancora venire e per molti il 2023 sarà avvertito come recessione”, afferma il capo economista del Fmi Pierre-Olivier Gourinchas, sottolineando come l’invasione della Russia continua a destabilizzare con forza l’economia globale.

Nel nostro Paese in particolare, al deciso miglioramento del Pil nel secondo trimestre si è accompagnato ad agosto il rimbalzo congiunturale della produzione industriale. Lo rende noto l’Istat, nella sua nota sull’andamento mensile dell’economia italiana. Qualora l’indice a settembre assumesse lo stesso valore di agosto, nel terzo trimestre si registrerebbe un modesto aumento congiunturale. La ripresa dei consumi si è associata nel secondo trimestre a una marcata riduzione della propensione al risparmio ancora su livelli superiori a quelli pre-crisi. Ad agosto, il mercato del lavoro ha evidenziato un’ulteriore flessione degli occupati, una riduzione dei disoccupati e un aumento degli inattivi. Le attese delle imprese sull’occupazione sono in calo sia nella manifattura sia nei servizi di mercato.

L’inflazione, a settembre, ha continuato ad accelerare, mostrando ulteriori segnali di diffusione del fenomeno. Il differenziale per l’indice armonizzato dei prezzi al consumo tra l’Italia e l’area euro ancora negativo si è ampliato rispetto al mese precedente. A settembre, le imprese esportatrici della manifattura hanno evidenziano un aumento della quota di coloro che segnalano costi e prezzi più elevati come un ostacolo alla produzione. Una simulazione realizzata utilizzando i microdati relativi al sistema produttivo italiano del 2019 mostra che l’aumento dei costi dell’energia potrebbe, con effetti differenziati nei settori, rendere negativi i margini operativi dell’8,2 per cento delle imprese attive che impiega circa il 20 per cento degli addetti. Ad agosto 2022 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti del 2,3 per cento rispetto a luglio. Nella media del trimestre giugno-agosto il livello della produzione diminuisce dell’1,2 per cento rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mensile mostra un aumento congiunturale sostenuto per i beni di consumo (+2,6 per cento) e una crescita più contenuta per i beni strumentali (+1,8 per cento) e i beni intermedi (+0,8 per cento). Al contrario, si osserva una diminuzione per l’energia (-2,3 per cento). “Ad agosto – spiega l’Istat – si osserva un incremento congiunturale della produzione industriale dopo la lieve crescita del mese precedente. L’intonazione congiunturale positiva di agosto è diffusa ai principali comparti, con l’esclusione dell’energia. Nella media degli ultimi tre mesi, d’altra parte, la dinamica congiunturale complessiva rimane negativa. In termini tendenziali, al netto degli effetti di calendario, resta positiva la variazione sia per l’indice generale sia per i principali raggruppamenti di industrie, ad esclusione dei beni intermedi che flettono moderatamente. Gli incrementi più ampi riguardano i beni di consumo”.

Corretto per gli effetti di calendario, ad agosto 2022 l’indice complessivo aumenta in termini tendenziali del 2,9 per cento (i giorni lavorativi di calendario sono stati 22 come ad agosto 2021). Si registrano incrementi tendenziali marcati per i beni di consumo (+8,6 per cento) e in misura meno rilevante per l’energia (+1,7 per cento) e i beni strumentali (+1,2 per cento). Diminuiscono, invece, i beni intermedi (-1,6 per cento). Tra i settori di attività economica che registrano variazioni tendenziali positive si segnalano la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+51,0 per cento), la fabbricazione di computer e prodotti di elettronica (+31,0 per cento) e le industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (+20,9 per cento). Le flessioni più ampie si registrano nella fabbricazione di prodotti chimici (-14,6 per cento), nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-11,3 per cento) e nella fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche (-4,3 per cento).

L’Italia, in assenza di interventi, sarà in recessione fino alla fine di marzo sentenzia il Documento programmatico di Bilancio, redatto dal ministro dell’Economia Daniele Franco, approvato in Cdm e già trasmesso a Bruxelles. Il documento indica l’andamento di pil e conti a legislazione vigente, ovvero stime al netto dei programmi di politica economica che andranno indicati in un successivo aggiornamento da parte del nuovo governo dopo l’insediamento. E, in linea con la recente Nota di aggiornamento al Def, prefigura uno scenario fosco per il pil dei prossimi mesi, indicando tre trimestri consecutivi di contrazione economica (il terzo e il quarto trimestre del 2022 ed i primi tre mesi del 2023), dal quale il paese verrebbe fuori solo nel secondo trimestre del prossimo anno, dunque a partire da aprile. Allo stesso tempo come indicato nella Nadef, la migliorata stima sul deficit apre un margine di circa 10 miliardi di risorse da spendere. Toccheranno adesso al nuovo governo le prossime mosse.

“Partendo dai dati Istat per i primi due trimestri dell’anno – si legge – le valutazioni interne più aggiornate indicano una variazione leggermente negativa del pil nel terzo trimestre quale risultato di una contrazione congiunturale del valore aggiunto dell’industria manifatturiera e delle costruzioni, solo parzialmente compensata da un incremento dei servizi. Per il quarto trimestre, l’intervallo delle stime più aggiornate si situa intorno ad una lieve contrazione del pil in termini reali, attribuibile in primis al settore industriale. Si prevede un’ulteriore flessione del pil nel primo trimestre, che sarebbe poi seguita da una ripresa dell’attività economica a partire dal secondo trimestre, trainata da un aumento della domanda mondiale, da una discesa del prezzo del gas naturale (peraltro verso livelli ancora elevati rispetto a condizioni ‘normali’) e da un crescente apporto del Piano di Ripresa e Resilienza” al Pil.

C’è anche chi non la vede poi così nera, e pensa che – in generale – la frenata sia comunque solo momentanea. Come il Ceo di Intesa-Sanpaolo Carlo Messina: “Abbiamo di fronte uno scenario indubbiamente complesso nei prossimi mesi, ma alla fine del 2023 e all’inizio del 2024 vediamo un ritorno progressivo alla crescita – ha detto intervenendo alla recente assemblea degli imprenditori a Torino -. Non ragioniamo di dover progettare qualcosa di simile alle recessioni che abbiamo avuto in passato, questa è una fase transitoria”. Dieci milioni di Italiani hanno bisogno di essere aiutati. Non si può parlare di togliere strumenti di supporto a chi ha bisogno in questo momento, senza dare altri strumenti certi. “Occhio agli slogan che tolgono quello che può rappresentare un elemento di coesione sociale. Dobbiamo essere sicuri che il 20 per cento delle famiglie italiane possano arrivare al 2024 con serenità e lo stesso vale per le aziende in difficoltà. Non possiamo pensare di accollare tutto il peso al pubblico, anche i privati devono contribuire a superare questo momento transitorio”, ha concluso Messina. Se siamo riusciti a superare il Covid, insomma, possiamo vedere come transitoria anche la crisi attuale.

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