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giovedì 30 Giugno 2022

Guerra ucraina, quelle sanzioni che finiscono per far male a tutti

Milano – Pochi giorni fa, non senza difficoltà, è arrivata l’intesa sull’embargo (solo via mare, secondo molti un po’ al ribasso) al petrolio russo. Non si ferma dunque il pressing Ue su Mosca ma l’interrogativo è sempre lo stesso: le sanzioni rischiano davvero di fare più male a noi o i numeri dicono altro? Teleborsa lo ha chiesto a Matteo Villa, a capo del DataLab dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. “Parlando di sanzioni in generale – spiega Villa – alla Russia stanno facendo molto più male, quantomeno al momento. Nel breve periodo, la recessione in Russia è 5 volte circa più forte rispetto al rallentamento economico della crescita al quale assistiamo nel resto del mondo e parlo del peggior rallentamento economico che è quello di Italia e Germania che sono molto più legate a Mosca rispetto ad altri paesi e che dell’effetto delle sanzioni risentono molto”.

“Il FMI – spiega – ha rivisto al ribasso la previsione di crescita per il nostro Paese, con un taglio di circa l’1 e mezzo, subito dopo la Germania con un taglio dell’1,7% e probabilmente le cose andranno un po’ a peggiorare nei prossimi mesi. Ma in Russia non va di certo meglio, anzi: lo stesso Ministero delle Finanze russo stima un -8% di PIL quest’anno. C’è poi da considerare che le sanzioni avranno un effetto, se continueranno, anche sul medio e lungo periodo specie calcolando che Mosca è costretta a rivedere una parte importante della propria industria per cercare di sopperire a tutto ciò che l’Occidente non le vende e questa forzata riconversione avrà un forte effetto nel medio periodo in Russia. Questo, appunto, in generale sulle sanzioni che non sono energetiche, sugli energetici invece ci sono tanti rischi di cui dobbiamo parlare perchè dobbiamo evitare che colpendo la Russia non si finisca per colpire noi stessi”.

“L’ Europa si sta già autosanzionando non importando prodotti petroliferi e sono, in particolare, tre le variabili da prendere in considerazione e cioè quanti volumi di petrolio la Russia esporterà in tutto il mondo, quindi a noi ma anche agli altri, quanto riuscirà a sostituire gli europei; la seconda è qual è il prezzo del Brent quindi il prezzo del greggio internazionale, infine la terza, ossia qual è il prezzo a cui la Russia vende il suo di petrolio, per noi il benchmark è Urals, il prezzo del petrolio russo. Intanto, ho fatto un po’ di calcoli e per esempio ad aprile con le autosanzioni che avevamo, quindi con la non voglia dell’Europa di comprare petrolio russo, il costo – ossia i mancati guadagni per la Russia erano di circa 600 dollari a cittadino in un anno, un bel colpo. In pratica, dalle autosanzioni ogni cittadino in Russia perdeva qualcosa come il 5% del proprio reddito in un colpo solo in un anno; facendo la stessa cosa verso l’Ue, quindi per i cittadini dell’Unione europea, si traduceva in una perdita (ovviamente anche noi abbiamo una perdita perchè costa di più la benzina e costa di più un po’ tutto) di 150 dollari, più o meno 150 euro visto che siamo vicini alla parità all’anno, quindi in realtà eravamo messi meglio”.

“Inoltre, 600 euro per un russo che ha già un PIL procapite molto più basso rispetto a quello europeo è molto più forte come perdita rispetto a 150 euro per noi”. Ma – aggiunge Villa – “c’è un problema: se prendiamo maggio la forbice inizia a chiudersi e questo perchè è salito molto il prezzo del brent siamo sopra i 120 dollari al barile, quindi le nostre autosanzioni e alcune dinamiche internazionali del prezzo del petrolio, domanda e offerta del greggio, hanno fatto sì che a maggio il prezzo del petrolio fosse molto elevato, il che significa che noi iniziamo a perderci di più (risale il costo della benzina eccetera, malgrado gli interventi governativi) e la Russia inizia a perderci sempre meno”.

Come andrà da qui a fine anno “non lo sappiamo – conclude -, quindi bisogna stare attenti ogni mese e monitorare, quello che per ora riusciamo a capire dai dati di esportazione della Russia è che anche sul fronte dei volumi Mosca sta riuscendo in buona parte a sostituire i clienti occidentali con clienti altrove. Non è detto però che sarà sempre così o che sarà sempre rapido, per adesso sta vendendo all’India, altre cose le vediamo arrivare verso la Cina e al momento la perdita è abbastanza marginale, circa il 10% della sua produzione. Questo per dire che sono sanzioni che rispetto a quelle generali (mi riferisco a quelle che evitano per esempio le esportazioni verso la Russia di prodotti occidentali ad alta tecnologia e tutta una serie di prodotti che non sono neanche alta tecnologia ma prodotti finiti, fanno mancare i bottoni, la carta, che fanno tornare a produrre macchine sovietiche) hanno un effetto più difficile da stimare e più controverso, paradossalmente possono fare male anche a noi”.

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