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giovedì 30 Giugno 2022

Generali, lo scenario post Caltagirone e la battaglia in Mediobanca

Milano – Generali è scivolata venerdì in Borsa dopo le dimissioni di Francesco Gaetano Caltagirone dal consiglio di amministrazione di Generali, le seconde in pochi mesi. Il socio forte del gruppo non ha motivato il passo indietro, dovuto probabilmente ai nuovi contrasti sulla governance. Ma il mercato non ha gradito le tensioni all’interno del board della compagnia e il titolo a Piazza Affari ha perso l’1,98% a 17,08 euro sui timori di un logoramento della compagnia. Vedremo cosa accadrà alla riapertura della Borsa, in ogni caso la sostituzione di Caltagirone sarà esaminata oggi stesso dalla riunione del comitato nomine, convocato in origine per formulare una proposta sul comitato operazioni strategiche. Poi la nomina del nuovo consigliere arriverà sul tavolo del cda, che al momento non risulta ancora convocato.

Uscito dal board della compagnia assicurativa a metà dello scorso gennaio, in polemica sulla governance del gruppo, l’imprenditore romano era rientrato in cda il 29 aprile scorso in occasione dell’assemblea degli azionisti. Il suo era il primo nome della lista presentata dal suo gruppo e votata dal 29,4% del capitale della compagnia. A esprimere però 10 consiglieri su 13 era stata la lista del cda uscente, che aveva ottenuto il sostegno del 39,5% del capitale, in particolare di Mediobanca e degli investitori istituzionali. Le motivazioni delle dimissioni di Caltagirone, che possiede il 9,95% del capitale del gruppo e che ne è stato per oltre 12 anni vicepresidente, non sono state comunicate.

In ogni caso, spiegano fonti finanziarie, la quota in Generali è e resterà strategica. L’uscita di Caltagirone a poco meno di un mese dal suo rientro in consiglio, secondo alcuni osservatori, è riconducibile alle frizioni sulla governance nate nel nuovo cda. Già nel primo consiglio della compagnia dopo l’assemblea, il 2 maggio scorso, Caltagirone aveva votato contro il conferimento delle deleghe al group ceo Philippe Donnet, confermato per il terzo mandato. Fra gli altri consiglieri di minoranza anche Flavio Cattaneo aveva votato contro, mentre Marina Brogi si era astenuta. Andrea Sironi era stato invece eletto presidente all’unanimità. Pochi giorni dopo una nuova rottura. Nel consiglio del 12 maggio i tre consiglieri di minoranza avevano rifiutato di far parte dei comitati interni, dopo la proposta di Sironi di eliminare il comitato per le operazioni strategiche e di affidare all’intero cda il vaglio sulle operazioni rilevanti.

Il comitato è però ritenuto fondamentale dall’imprenditore romano, anche in Generali si esprime a maggioranza e non ha potere ostativo, con i dossier che devono comunque passare dal board. Nei prossimi giorni il board si riunirà per la sua sostituzione. In caso di cessazione dalla carica di un consigliere di minoranza lo statuto societario di Generali prevede che il cda lo sostituisca nominando il primo dei candidati non eletti della stessa lista, se ancora eleggibile, disponibile ad accettare la carica e appartenente allo stesso genere. In questo caso non sarebbe la prima degli esclusi, Roberta Neri, ex amministratrice delegata di Enav ed ex direttrice finanziaria di Acea, a entrare nel board, ma Claudio Costamagna, al quinto posto della lista di minoranza e candidato presidente della compagnia da Caltagirone. Il punto non è però ancora chiaro e gli uffici legali del gruppo lo stanno valutando.

Per l’economista Giulio Sapelli c’è anche il rischio che si apra una battaglia in Mediobanca: “Le motivazioni di questo gesto non sono state esplicitate quindi qualsiasi illazione è arbitraria – spiega Sapelli all’AdnKronos – devo dire però che si tratta di un fatto assai straordinario, perché un azionista che ha il 9%, che conduce una battaglia per la modifica della governance e della business idea, della strategia, adesso si dimette dopo non aver aggiunto il suo obiettivo…mi pare che la parte che esce più debole da questa decisione sia Mediobanca. In altri momenti della sua storia – sottolinea Sapelli – Mediobanca ha operato affinché situazioni di questo genere non accadessero, mi pare quindi che l’interrogativo che dobbiamo porci non sia tanto su Generali ma sul ruolo che ormai riesce a svolgere Mediobanca, che è sempre stata uno degli architravi del capitalismo italiano. Questa è la prova che non lo è più, come sappiamo da molto tempo”.

Per Sapelli, “che avvenga una cosa simile è un fatto grave, vuol dire che non c’è più mediazione possibile. Diciamo che se a un capitalismo già debole e storicamente senza capitali si aggiunge un capitalismo senza interlocutori diventiamo ancora più poveri”. Nell’immediato futuro, secondo l’economista, “sicuramente si aprirà una battaglia in Mediobanca”, perché, osserva, “credo che ora, con i problemi che si sono resi manifesti in Generali, diventi impossibile non pensare che non si riversino anche in Mediobanca. La logica conseguenza dovrebbe essere questa”. Le dimissioni di Caltagirone restano “sono un fatto molto molto grave, soprattutto per i rapporti con l’estero. Una notizia simile non fa che aumentare l’immagine a frattali del nostro capitalismo, pieno di faglie e divisioni dove la gente non si parla. E’ una cosa molto grave, tanto più in una situazione come questa, con la guerra e il post pandemia”.

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