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domenica 3 Luglio 2022

Generali, Donnet per governance da public company

Milano – “Generali non deve essere di proprietà di alcuni, di alcune famiglie. Le Generali sono un bene comune e di tutti, e quindi ci vuole una governance da public company”. Lo ha affermato ieri l’amministratore delegato Philippe Donnet, durante la Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario. “Alcuni avevano visione diversa – ha detto in riferimento all’assemblea che ha eletto il nuovo CdA – ma in modo molto netto e senza nessuna ambiguità gli azionisti hanno fatto una scelta. Quindi andiamo avanti su questa strada, è la strada giusta perché le Generali non saranno di proprietà di alcuni”.

Rispondendo a una domanda che gli chiedeva di potenziali pericoli dalla Francia per l’italianità della compagnia, l’AD ha risposto: “Da 9 anni sulla stampa italiana ho letto questa cosa dei francesi, è un’invenzione, non c’è interesse di società francesi. Ogni tanto viene strumentalizzato per motivi che non mi interessano. Una minaccia c’è stata cinque anni fa ed è stata una minaccia nata in questo paese. Spesso i pericoli per le Generali non vengono da fuori, ma da questo paese, dall’Italia. Tutti gli azionisti sono ugualmente importanti e il mio interlocutore è il consiglio di amministrazione, che rappresenta tutti – ha dichiarato in un altro passaggio – Non faccio distinzione tra azionista straniero “cattivo” e azionista italiano “buono””.

In merito all’attività degli agenti, Donnet ha affermato in modo netto il suo pensiero: “Non sono un difensore del pluri-mandato, perché secondo me si fa confusione tra concorrenza e pluri-mandato. Sono un difensore dell’esclusività perché penso che sia una soluzione migliore e più conveniente per il cliente. Fin quando ci sono più compagnie e autorità, c’è però giusta concorrenza e le compagnie possono competere per offrire le migliori condizioni all’assicurato. Il miglior sistema di distribuzione dell’assicurazione è il sistema per agenti, ma per agenti esclusivi”. “Non c’è nessuna ipotesi di aggregazione con Unicredit – ha risposto inoltre a una precisa domanda sul tema -. Non c’è nessun progetto e nessuna ipotesi – ha chiarito – e non rientra nella nostra strategia”. Un’integrazione “non ha senso perché stiamo parlando di due cose diverse, di due business differenti, che indebolirebbe entrambe”.

“È vero che abbiamo Banca Generali – ha detto ai parlamentari – ma è una società di Wealth Management e non c’entra niente con una banca. In Italia vogliamo crescere in modo organico, perché non c’è più motivo di fare altre aggregazioni in Italia – ha spiegato – Vogliamo integrare nel modo giusto Cattolica, rispettando l’identità di cattolica, sviluppando ulteriormente la presenza di Cattolica sul territorio di Verona. Vedo solo impatti positivi nell’integrazione di Cattolica per i prossimi anni”. Rispetto all’importante operazione di acquisizione, ha specificato che “quello che conta è che sia un buon affare per tutti gli stakeholder: per gli azionisti di Generali, per azionisti di Cattolica, per agenti e dipendenti di Cattolica, per il territorio di Verona. Abbiamo un’ossessione per dare benefici a tutti gli stakeholder, perché altrimenti le cose non funzionano. Faremo sinergie, ma nel rispetto delle persone, dell’occupazione e del territorio”.

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