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lunedì 8 Agosto 2022

Gas: il ricatto di Putin, le trattative nell’Ue e le rassicurazioni italiane

Milano – Aprire e chiudere i rubinetti del gas dalla Russia. Per esigenze tecniche, come si dice, o per una attenta strategia di Vladimir Putin che sul ricatto del metano ha da sempre riposto aspettative alte. Le notizie si susseguono da settimane, alternando aperture, chiusure, ultimatum e rassicurazioni. La sostanza è che le forniture sono sempre meno di quelle promesse e che la debolezza dell’Europa, che non ha deciso sul tetto al prezzo del gas e rischia di spaccarsi sul piano predisposto per l’inverno, offre una sponda in più ai calcoli di Mosca. Da una parte ci sono i fatti, dall’altra la loro interpretazione. Il flusso di gas attraverso il gasdotto che corre dalla Russia alla Germania sotto il Mar Baltico scenderà mercoledì a 33 milioni di metri cubi. Il Nord Stream 1 ha una capacità giornaliera di circa 167 milioni di metri cubi. A giugno, il colosso energetico statale russo aveva ridotto quel volume a soli 67 milioni di metri cubi al giorno.

Il teatrino che anticipa e segue le decisioni di Gazprom sembra avere poco a che fare con le motivazioni che di volta in volta vengono prodotte. La contesa ruota intorno alla famosa turbina che da settimane era in manutenzione. Riparata in Canada, ora si trova a Colonia, perché la Russia non ha concesso il permesso per il suo trasporto. Gazprom ha invece contestato la documentazione inviata, necessaria alla ricezione e reinstallazione della turbina. E ha comunque fatto riferimento alla manutenzione di un’altra turbina. Le proteste di Berlino poggiano sulla convinzione che Putin stia andando avanti con il suo ricatto energetico. Non vi è “alcuna ragione tecnica” che giustifichi la riduzione della quantità di gas fornita dalla Russia, ha evidenziato il Ministero federale tedesco dell’Economia e dell’Energia contestando le ricostruzioni di parte russa. Le accuse alla Russia di essere un fornitore di gas inaffidabile sono “in contrasto con la realtà” e con “la storia” degli approvvigionamenti russi all’Europa, ha replicato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, secondo quanto riferito dall’agenzia Tass, respingendo le accuse del cancelliere tedesco Olaf Scholz.

Il problema, sostanziale, va oltre le scaramucce verbali. Mosca continuerà ad aprire e soprattutto a chiudere i rubinetti del gas, in base all’andamento del conflitto in Ucraina e anche in base ai rapporti di forza con l’Europa e, più in generale con il fronte occidentale. Le dimissioni di Boris Johnson nel Regno Unito e quelle di Mario Draghi in Italia hanno indubbiamente indebolito il campo avversario e la Germania, che condivide con l’Italia il problema della dipendenza dal gas russo, è un obiettivo naturale di Putin in questa fase. L’unica risposta efficace può arrivare da un’Europa capace di reagire con una politica energetica che prescinda, e in fretta, dai rubinetti di Mosca. Ha faticato a farlo finora e la spinta che mancherà da Draghi, che può poco nella sua funzione di premier dimissionario, rischia di peggiorare la situazione. Lasciando in mano a Putin un’arma in più per soffocare la resistenza dell’Ucraina, indebolendo il sostegno dell’Europa a Kiev.

Non è escluso quindi che capi di Stato e di governo si rivedano prima della fine della pausa estiva per trovare un accordo sulla strategia da adottare in campo energetico in vista del prossimo inverno, per fronteggiare l’eventualità “probabile” che la Russia di Vladimir Putin tagli del tutto le forniture all’Europa. Il piano della Commissione Europea per risparmiare gas, dice all’Adnkronos Simone Tagliapietra, senior fellow del think tank bruxellese Bruegel e professore di Politiche energetiche, climatiche ed ambientali all’Università Cattolica di Milano e alla Sais, la scuola di studi internazionali della Johns Hopkins University, va “nella giusta direzione”, promuovendo la riduzione della domanda di metano, ma manca del tutto un “meccanismo compensativo” che lo renda attuabile nella pratica.

E, se le cose stanno come stanno ora, con diversi Paesi contrari alla proposta, è “difficile” che nel Consiglio Energia straordinario di domani si arrivi ad un accordo, a meno di “concessioni” dell’ultim’ora, che pure iniziano a vedersi da parte della Germania. Se il nodo non verrà sciolto oggi, allora potrebbe occorrere un Consiglio Europeo straordinario senza aspettare il rientro dalle ferie, come aveva già proposto in giugno, inascoltato, Mario Draghi. Il piano ‘Risparmia gas per un inverno sicuro’, dice Tagliapietra, “va nella giusta direzione”, poiché “finalmente si chiede di ridurre la domanda di gas, che è una cosa che andava fatta da tempo e che è stata procrastinata perché politicamente non è semplice. I governi non hanno agito prontamente su questo fronte, quindi la Commissione ha fatto benissimo”.

E’ comprensibile che il target del 15% di riduzione della domanda di gas nel periodo agosto-marzo rispetto alla media nei precedenti cinque anni “per tutti suoni strano – aggiunge – perché ci sono diversi livelli, ma se la Commissione si fosse presentata con target nazionali sarebbe stato” il caos, “perché si sarebbe iniziato a discutere nel merito, della modellistica eccetera. Il messaggio – continua Tagliapietra – è molto chiaro: il 15% di riduzione della domanda di gas è una cosa che a livello europeo è molto necessaria, anche in quei Paesi non così dipendenti dalla Russia. Perché, se andiamo verso uno scenario, a mio avviso probabile, di una interruzione totale dei flussi russi, ci troviamo in una situazione in cui sarà molto importante che la Spagna possa mettere anch’essa opzioni di solidarietà verso gli altri Paesi che sono più dipendenti dal gas russo”.

Quindi, per esempio, “una ridirezione da parte della Spagna di alcuni volumi che prende dall’Algeria verso l’Italia, in modo da usare più Gnl, visto che Madrid ha una capacità di importazione più elevata”, disponendo di più rigassificatori, “contribuendo così, con uno swap, ad avere più gas verso l’Europa. Cose di questo genere potrebbero essere realistiche in un momento di emergenza”. Il problema di questo piano, secondo il docente, “è che non prevede un meccanismo di compensazione finanziaria per sostenere questi trasferimenti”. Vale a dire che, “se la Spagna manda gas algerino verso l’Italia e usa più Gnl per dare una mano agli altri Paesi, siccome il gas algerino costa meno del Gnl, è giusto dare alla Spagna questa differenza di costo. Un fondo europeo che abbia siffatte connotazioni sarebbe stato molto utile, per implementare più semplicemente questa misura. Un meccanismo di compensazione andrebbe elaborato, perché solo così possiamo garantire concretamente la solidarietà energetica, soprattutto in un momento di crisi, perché quando ci sarà scarsità c’è il rischio effettivo di protezionismo energetico”.

A Versailles, ricorda Tagliapietra, i leader “avevano ventilato la possibilità di fare qualcosa in questo ambito. C’è stata la resistenza di alcuni Paesi, che hanno detto che non serve un Next Generation 2 perché va attuato il primo. Penso che i tempi non siano maturi per avere un secondo Recovery Plan, visto che dobbiamo ancora mettere bene in pista il primo”. Però, aggiunge, “una facility più piccola, dedicata all’energia, secondo me è necessaria”. La condizione oggi è molto diversa” rispetto allo scoppio in Europa della Covid-19, perché quello “era uno choc esogeno, che ha colpito di più alcuni Paesi rispetto ad altri, mentre qui si tratta di Paesi che sono esposti ad un rischio che si sono creati essi stessi, esternalizzando tutta la loro politica energetica alla Russia. Quindi, è giusto che chi ha contribuito di più a questa posizione di vulnerabilità, e che ha lucrato su questo in passato, oggi contribuisca di più”. In altre parole “è giusto, secondo me, che la Germania contribuisca di più a questo fondo rispetto ad altri Paesi”.

“Probabilmente la Commissione – continua – non ha ritenuto che i tempi fossero maturi per avere un’approvazione da parte dei Paesi membri per un piano di questo tipo. Penso che nei prossimi mesi qualcosa dovranno proporre, in questo senso. E forse è il momento oggi di metterlo sul piatto. Visto che ci troviamo in questa situazione, potrebbe essere il momento giusto per dire ‘anche noi nel Sud Europa possiamo ridurre la domanda, anche se ‘nazionalmente’ non è che ci serva veramente, però, pur essendo consapevoli di aver preso molti soldi con Next Generation Eu, questo va ricordato, non è che ci scordiamo la solidarietà ricevuta, con trasferimenti dalla Germania a noi, possiamo anche considerarlo’. Però un meccanismo che permetta di compensare almeno i costi potrebbe essere ‘fair'”.

Per i Paesi del Sud, è arrivato il momento di trattare: “Dovrebbero mettere sul tavolo adesso” la richiesta di un fondo dedicato all’energia, secondo Tagliapietra. E “dovrebbero mettere sul tavolo anche altre cose: mi pare di capire che la Germania abbia messo sul piatto la posticipazione della chiusura delle centrali nucleari, che va benissimo. Forse si può mettere sul tavolo qualcosa sul price cap al gas per settembre. Penso che il negoziato possa comprendere anche altri elementi e non solo il 15%. Insomma, lo facciamo però poi discutiamo seriamente del price cap”. Il problema, sottolinea, è che “qui il tempo stringe, non è che possiamo parlarne per mesi. O cominciamo dal primo agosto, oppure siamo in ritardo. Io spero che ci possa essere un accordo” nel Consiglio di oggi, ma “visto come stanno le cose sarà difficile. Oggettivamente c’è un fuoco incrociato di Paesi”.

E “non penso ci sia il tempo di aspettare il prossimo Consiglio Europeo per avere la discussione in autunno. Forse, come diceva Mario Draghi che aveva chiesto un summit straordinario su questo e non lo ha avuto, sarà il caso di rivedersi prima della scadenza ordinaria del Consiglio, per discutere questo grande accordo europeo sull’energia a livello massimo, perché il problema è chiaramente di carattere politico”. “Secondo me oggi – prevede – sarà molto difficile avere un accordo, se le cose stanno come stanno in questi giorni: attualmente – sottolinea – non ci sono i numeri. Se poi ci saranno concessioni dei tedeschi, come si inizia a vedere sul nucleare, allora le cose possono cambiare. Ma ad oggi i numeri mi pare che non ci siano”. E, “qualora non ci sia un accordo e non si riesca ad uscire da questo vicolo cieco, penso che, considerando l’urgenza della questione, sia da rivalutare la proposta di Draghi di un mese fa, di un Consiglio Europeo straordinario sull’energia, senza aspettare la ripresa dopo l’estate”, conclude.

Ad ogni modo, il prossimo inverno sul fronte delle forniture e del consumo di gas naturale “non sarà così critico per l’Italia come qualcuno potrebbe pensare”. E’ la previsione dell’amministratore delegato di Italgas, Paolo Gallo, che si allinea a quella di altri gruppi energetici italiani. Presentando i conti del primo semestre dell’anno del gruppo, Gallo ha parlato delle conseguenze della proposta della Commissione europea di riduzione del consumo di gas del 15% per tutti i Paesi europei Ue, da raggiungere nel periodo da agosto 2022 a marzo 2023, rispetto alla media dei consumi registrati nello stesso periodo degli ultimi cinque anni. Gallo ha spiegato che si tratta di “misure che dovrebbero essere discusse a livello politico, ma da un punto di vista tecnico non c’è bisogno per l’Italia di una riduzione di quel tipo”.

Il gruppo, che ha archiviato il primo semestre dell’anno con un utile netto adjusted attribuibile al gruppo di 188,3 milioni di euro, in aumento del 6,9% e ricavi di 707,4 milioni (+6,3%), ha confermato di non disporre di attività produttive o personale dislocato in Russia, in Ucraina o in Paesi geo-politicamente allineati con la Russia, né di intrattenere rapporti commerciali o finanziari con tali Paesi. Ma in un mercato già caratterizzato da restrizioni e rallentamenti nella catena degli approvvigionamenti, soprattutto sul lato della componentistica, “non è escluso che la situazione di tensione politico-economico indotta dal conflitto possa esacerbare tali difficoltà e ripercuotersi, in una forma ad oggi non stimabile né prevedibile, sull’efficacia e tempestività della capacità di approvvigionarsi del gruppo”.

In ogni caso, il rischio di un’interruzione prolungata di immissione del gas naturale nelle infrastrutture di distribuzione, “che possa incidere in forma significativamente negativa sulla continuità operativa del gruppo, sarebbe comunque mitigato dalle azioni già in essere o allo studio a livello nazionale ed europeo quali l’ottimizzazione degli stoccaggi, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, l’incremento della produzione nazionale”, ha sottolineato Italgas. Il gruppo continuerà a perseguire i propri obiettivi strategici, con focus sulla trasformazione digitale “con l’obiettivo di migliorare la qualità del servizio, razionalizzando i processi ed i costi operativi e mantenendo una costante attenzione alle opportunità di sviluppo”.

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