26.2 C
Milano
domenica 22 Maggio 2022

Fed in pressing su Maghreb e Medio Oriente

Milano – Lo storico rialzo di 50 punti basi dei tassi di interesse della Federal Reserve statunitense è teso a contenere l’inflazione più alta degli ultimi 40 anni, ma rischia di gravare sulle spalle dei Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa esposti a indebitamento o crescita anemica. Egitto, Libano e Tunisia stanno negoziando nuovi programmi di prestito con il Fondo monetario internazionale (Fmi). La Turchia è oberata da un’inflazione galoppante, pari addirittura al 70 per cento, mentre la produzione petrolifera in Libia si è dimezzata a causa dell’instabilità politica, nonostante l’ex Jamahiriyya di Gheddafi vanti le maggiori riserve di greggio dell’intera Africa. Tutti i Paesi della regione dipendono, chi più e chi meno, dalle importazioni di grano provenienti da Ucraina e Russia e da settimane aleggia lo spettro di nuove “rivolte del pane” nel mondo arabo. La decisione della Fed dovrebbe contenere, almeno in parte, il rialzo dei prezzi negli Stati Uniti e oltre, ma questo potrebbe non essere sufficiente. “Agenzia Nova” ne ha parlato con quattro esperti: Fakhry el Feky, capo della commissione Bilancio alla Camera dei rappresentanti egiziana, professore di economia all’Università del Cairo ed ex consigliere dell’Fmi; Umberto Triulzi, professore ordinario di Politica economica all’Università di Roma “La Sapienza”; Giuseppe Dentice, Head del desk Mena presso il Centro Studi Internazionali (CeSI); e Valeria Giannotta, direttrice dell’Osservatorio scientifico del Centro studi di politica internazionale (CeSPI) sulla Turchia.

“La pandemia e ora la guerra in Ucraina hanno creato un clima che tende a favorire la crisi non solo delle materie prime alimentari come il grano, ma anche di prodotti finiti o utili all’attività industriale come i semiconduttori. L’aumento dei tassi di interesse risponde alla preoccupazione che ha oggi la Banca centrale americana di rallentare una spirale inflazionistica fin qui sottostimata. Il problema che si pone è se questo aumento può essere un elemento che poi frena la crescita economica negli Stati Uniti”, spiega Triulzi. “La Banca centrale europea è più cauta nel dichiarare un probabile aumento dei tassi di interesse. È una diversa impostazione. Questa differenza è un elemento che fa riflettere”, aggiunge Triulzi. Per il mondo arabo in particolare si pone un problema di approvvigionamento dei beni alimentari fondamentali per la popolazione. “Molti prodotti nei Paesi arabi sono sovvenzionati. Quando c’è un aumento dei prezzi delle dimensioni che abbiamo visto, c’è il rischio di creare tensioni sui consumatori”, spiega ancora il professore de “La Sapienza”. “Il rischio è questo aumento dei tassi non curi il problema e non sia sufficiente a risolvere l’aumento dell’inflazione”, conclude.

Da parte sua, Dentice afferma che vi sono “rischi concreti” per la regione Mena, dati gli effetti creati dalla crisi alimentare e dal rialzo più complessivo dei prezzi delle materie prime: “Un po’ tutti, come anche in Europa, stiamo andando incontro ad una nuova fase di inflazione, che per Paesi come Tunisia, Egitto, Libano rappresenta un problema serio, in quanto per evitare di avere contraccolpi in termini di opinione pubblica e popolarità devono tenere i prezzi ‘drogati’, esponendo le finanze pubbliche ad un nuovo depauperamento e allo stesso tempo immettendo nuove tasse collaterali nel tentativo di non rimanere dissanguati dalla situazione”. Secondo Dentice, “il punto è che contestualmente cresce anche l’esposizione alla povertà, con frotte di nuovi poveri che andranno ad accrescere le fasce già più colpite”.

Dal Nord Africa al Levante “oggi c’è una forte esposizione ad una crescita dei tassi di povertà interni, che in contesti come questi rischiano di essere problematici da gestire nel medio e lungo periodo, esponendo questi Paesi a nuove proteste sociali e popolari. Ancora una volta, quindi, si creano quelle condizioni ideali per la tempesta perfetta che abbiamo conosciuto nel 2011”, avverte Dentice. “Di sicuro, Paesi come Tunisia, Libano ed Egitto si trovano a gestire una condizione davvero problematica che anche con la ricezione di un prestito internazionale di svariati miliardi di dollari sarà difficile da poter gestire, non fosse altro per le richieste che l’Fmi chiede ogni volta: riforme liberali, taglio ai sussidi e minore presenza dello Stato in economia. È evidente che tutto questo rappresenta un pericolo per la stabilità sociale ed economica che diventa inevitabilmente politica”, aggiunge l’esperto del CeSI.

Secondo il capo della commissione parlamentare Bilancio egiziana El Feky, il rialzo dei tassi di interesse negli Stati Uniti e negli altri Paesi occidentali avrà ripercussioni negative sulle economie in via di sviluppo, tra cui l’Egitto. “L’economia egiziana è stata esposta a una crisi dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, che ha portato alla fuga di 15 miliardi di dollari dal mercato locale all’estero”, riferisce El Feky, aspettandosi che la Banca centrale d’Egitto aumenti i tassi di interesse dell’1 per cento nel tentativo di frenare un’ulteriore perdita di valuta estera e l’aumento dei prezzi al consumo. “L’aumento del tasso di interesse sarà una misura necessaria per fermare l’aumento dell’inflazione, che mi aspetto raggiungerà il 14 per cento nel rapporto dell’Agenzia centrale per la mobilitazione pubblica e la statistica, che sarà pubblicato il 10 maggio”, afferma El Feky. “L’aumento del tasso di interesse ridurrà la crescita, aumenterà i costi di finanziamento e incrementerà il deficit di bilancio, ma la Banca centrale è costretta a farlo per controllare il tasso di inflazione, perché i prezzi elevati fanno scendere le persone in piazza”, aggiunge il membro del parlamento egiziano. Secondo El Feky, l’Egitto raggiungerà un accordo con l’Fmi per ottenere un nuovo pacchetto di finanziamenti prima dell’inizio del nuovo anno fiscale luglio 2022, in modo da controllare il deficit di bilancio. Tuttavia, il finanziamento del Fondo non sarà sufficiente e Il Cairo avrà bisogno anche del sostegno economico dei Paesi dell’Ue, “in particolare di maggiori investimenti nel mercato locale da Paesi amici come Italia, Francia e Germania”, afferma deputato.

Secondo Giannotta, tra i massimi esperti di Turchia in Italia, difficilmente il presidente turco Recep Tayyip Erdogan cambierà la sua politica monetaria definita “poco ortodossa” dalla maggior parte degli analisti. “In Turchia abbiamo un tasso di inflazione al 70 per cento, che significa che le tasche del turco medio rispetto al 2021 si sono impoverite del 70 per cento. C’è uno strisciante malcontento. Siamo però in campagna elettorale per le elezioni del 2023 e l’economia sarà uno dei temi maggiori da affrontare insieme alle migrazioni, due elementi che per certi aspetti si sovrappongono. La politica di Erdogan è prettamente contraria a un innalzamento dei tassi di interesse, perché si ritiene che in questo modo si agevolino le esportazioni e si inietti del capitale straniero nelle casse dei turchi. In questo contesto va letto il processo di normalizzazione avviato con i principali Paesi regionali, tra cui da ultimi gli Emirati, l’Arabia Saudita, Israele e dietro le quinte si parla anche dell’Egitto”, afferma Giannotta. Nonostante l’instabilità finanziaria, precisa l’esperta, il quadro macroeconomico del Paese sembra reggere: “La crescita è comunque positiva, con le migliori performance Ocse dell’inizio 2022, e vi è una produttività industriale non indifferente: non credo che Erdogan abbandonerà tanto facilmente la sua politica”, conclude Giannotta.

Secondo un’analisi di “Sky news Arabia”, il settore petrolifero in Libia ha assistito a un forte calo in termini di produzione e ricavi, raggiungendo il livello più basso dall’ottobre 2020, tra i timori dell’impatto dell’aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve statunitense. Gli esperti citati all’emittente si aspettano che l’aumento dei tassi di interesse e l’arresto delle esportazioni di petrolio “possano aumentare la pressione economica sulla Libia, che è in crisi da oltre 11 anni”. Le perdite giornaliere della Libia sono ammontate a 100 milioni di dollari, mentre il Brent ha raggiunto un prezzo medio di 110 al barile. “Di conseguenza, le perdite della Libia, nelle ultime tre settimane, son.o ammontate a circa due miliardi di dollari, senza calcolare il risarcimento che la Libia sarà obbligata a pagare a coloro che hanno subito il danno della sospensione delle esportazioni” (Agenzia Nova).

Latest News