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sabato 26 Novembre 2022

Fed e Bce, imminenti nuovi rialzi dei tassi

Milano – E’ entrato in vigore da due giorni il rialzo da 75 punti deciso la scorsa settimana dal Consiglio direttivo della Bce, rialzo che porta fra l’altro in positivo – dopo 10 anni e 2 mesi – il tasso sui depositi presso la banca centrale (che si attesta così allo 0,75%). Ma al tempo stesso da Francoforte già arrivano indicazioni su prossimi, consistenti interventi. La conferma arriva dal capo economista dell’Eurotower l’irlandese Philip Lane, membro del Comitato esecutivo, che – in un discorso – ha ribadito come “sulla base delle nostre valutazioni attuali ci attendiamo che questa transizione richiederà che continuiamo ad alzare i tassi di interesse per diverse altre riunioni” del Consiglio direttivo. Riconoscendo come l’incremento dei tassi si è trasmesso quasi interamente sui mercati, Lane, che peraltro è accreditato di una posizione ‘cauta’ sul fronte tassi, ribadisce comunque come “le nostre future decisioni sui tassi continueranno a dipendere dai dati e seguiranno un approccio riunione per riunione”, come già spiegato dalla presidente Christine Lagarde.

Parole che sembrano non voler dare per scontata la sequenza di forti rialzi attesi dal mercato, anche se a guidare la strada sono sempre le mosse della Federal Reserve, che già mercoledì 21 annuncerà il nuovo incremento, anche alla luce del deludente dato di ieri sull’inflazione. Ma da Parigi, nelle parole del governatore della Banque de France, Francois Villeroy de Galhau, in un discorso all’Fmi, si arriva addirittura a ipotizzare una ‘stretta monetaria’ della Bce: al momento l’Eurotower – ha spiegato – si muove con ritocchi “fino al livello di tassi neutrali” (che non stimolano né rallentano l’economia) ma in futuro “discuterà se andare oltre: e se sarà necessario lo faremo”. L’idea di una corsa senza fine viene peraltro già ‘prezzata’ dai mercati che secondo Pictet in Europa, anche per quanto riguarda i segmenti più corti delle curve obbligazionarie “si sono adeguati rapidamente alle dichiarazioni della Lagarde” e stimano “ulteriori rialzi da qui a fine anno nell’ordine di 125 punti base”.

Come sottolinea un’analisi di Credit Agricole, “abbandonando la forward guidance, la Bce punta ad acquisire flessibilità nella calibrazione della sua risposta in questa fase di elevata incertezza”. Ponendo l’accento sulla ‘determinazione’ delle proprie mosse la Bce – secondo l’economista della banca francese Paola Monperrus-Veroni – “vuole ridurre al minimo il rischio di un dati futuri molto negativi sull’inflazione, perché ritiene che il costo di sottovalutarla ora superi quello di sopravvalutarla”. Come dire, che dopo avere compiuto diversi errori sull’inflazione (ammessi in conferenza stampa dalla stessa Lagarde), a Francoforte oggi pensano che fare ‘troppo’ è meglio di ‘troppo poco’, anche a rischio di una recessione.

Sull’argomento è intervenuto proprio ieri il vicepresidente della BCE, Luis de Guindos, alla conferenza annuale del CIRSF: “La politica monetaria deve essere incentrata sulla stabilità dei prezzi e sul raggiungimento del nostro obiettivo di inflazione a medio termine. Un’azione risoluta è essenziale per mantenere ancorate le aspettative di inflazione – ha detto -, il che di per sé contribuisce a garantire la stabilità dei prezzi ed evita effetti di secondo impatto sull’inflazione. La principale risorsa di cui dispongono le banche centrali è la credibilità e questa risorsa diventa ancora più importante in tempi di elevata incertezza”. L’economista spagnolo ha ammesso che l’Eurozona non si trova in un classico episodio di surriscaldamento guidato dalla domanda e che l’energia rimane il motore dominante dell’aumento dell’inflazione e del rallentamento della crescita, ma ha sottolineato che “all’attuale basso livello dei tassi di interesse, la politica monetaria è ancora accomodante, sostenendo così la domanda e, in ultima analisi, contribuendo anche alle pressioni sui prezzi”. Con l’inflazione a livelli record, un orientamento di politica monetaria così accomodante “non è più appropriato” e Francoforte deve “garantire che le aspettative di inflazione rimangano ben ancorate fino al superamento degli shock attuali”.

Va letta in questo contesto la decisione della settimana scorsa di aumentare i tassi di interesse di 75 punti base. “Questo importante passo ha anticipato la transizione da un livello altamente accomodante dei tassi ufficiali verso livelli che garantiranno il ritorno dell’inflazione al nostro obiettivo di medio termine del 2%”, ha detto de Guindos. Guardando ai prossimi meeting, il vicepresidente della BCE ha evidenziato che le future decisioni sui tassi ufficiali continueranno a dipendere dai dati e seguiranno un approccio riunione per riunione. “È importante evitare effetti di secondo impatto, come il rischio di un persistente spostamento al rialzo delle aspettative di inflazione”, ha aggiunto. La politica monetaria da dola non è comunque sufficiente. “Le azioni complementari di politica fiscale e monetaria nei rispettivi ambiti di responsabilità si sono rivelate efficaci durante la pandemia e continuano a essere essenziali nell’affrontare l’attuale shock inflazionistico – ha spiegato – Ma ora la portata e la natura delle misure fiscali dovrebbero essere diverse. Le misure devono essere mirate, selettive e mirate alle imprese e alle famiglie più vulnerabili, che sono le più colpite dagli elevati livelli di inflazione. La politica fiscale deve essere concepita in modo da non generare effetti inflazionistici”.

Anche dall’altra parte dell’Atlantico gli economisti e gli investitori si aspettano che gli aumenti aggressivi dei tassi di interesse da parte della Fed continuino oltre settembre. Dopo che il dato dell’inflazione di agosto ha deluso le aspettative, si sono infatti riaccesi i timori sulla capacità della banca centrale statunitense di controllare le persistenti pressioni sui prezzi. C’è chi scommette su un rialzo di un punto percentuale già nel direttivo della prossima settimana, e questo solleva a sua volta le preoccupazioni di un’imminente recessione economica. Il fatto che i prezzi al consumo negli Stati Uniti abbiano registrato un’ulteriore accelerazione, contro le stime di un calo mensile dello 0,1%, testimonia il fatto che il forte calo dei prezzi dell’energia non è riuscito a compensare l’aumento dei costi altrove.

Anche l’inflazione “core”, che esclude le voci volatili come l’energia e gli alimenti, ha registrato un allarmante aumento dello 0,6% nel mese. Secondo gli esperti la Fed non sarà in grado di ammorbidire la sua politica ‘falco’. “Definirla una delusione sarebbe un eufemismo”, ha dichiarato David Rosenberg, capo economista e presidente di Rosenberg Research a proposito del dato dell’inflazione. “Qualunque fossero le probabilità di recessione prima di questo dato – ha aggiunto – sono ora aumentate”. La maggior parte degli economisti si aspetta che il FOMC attui un terzo rialzo consecutivo dei tassi di 0,75 punti percentuali nella riunione di fine mese, in modo da portare il tasso dei federal funds in una forchetta compresa tra il 3% e il 3,25%.

Ma aumentano anche le aspettative di un rialzo di un punto percentuale: per questo motivo, spiegano gli analisti, la Borsa di New York ha reagito in modo particolarmente negativo. Il Ft sottolinea però come sia più probabile che la Fed scelga di prolungare la serie di aumenti dei tassi di 0,75 punti percentuali oltre questo mese, mantenendo i tassi di interesse a un livello tale da frenare l’attività economica nel lungo termine. I mercati dei futures prevedono che il tasso di riferimento salga al di sopra del 4% entro la fine dell’anno, prima di raggiungere un picco di circa il 4,3% nel marzo 2023.

“Il risultato più probabile è che i rialzi siano consistenti per un periodo più lungo”, ha dichiarato Jonathan Millar, ex economista della Fed ora in Barclays. Tuttavia, la preoccupazione principale degli economisti è che le aspettative di inflazione futura possano andare fuori controllo, innescando un circolo vizioso in cui i lavoratori chiedono salari più alti e le imprese sono costrette a continuare ad aumentare i prezzi, portando a un aumento dell’inflazione complessiva. Diana Amoa, chief investment officer di Kirkoswald, ha avvertito che questa eventualità diventa tanto piu’ plausibile quanto piu’ a lungo l’inflazione rimane elevata. Se da un lato il balzo dell’inflazione rappresenta un duro colpo per la Fed, dall’altro giustifica la decisione dei membri del board di fissare una soglia elevata dei tassi e di riconsiderare il loro approccio alla politica monetaria in modo più aggressivo.

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