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sabato 26 Novembre 2022

Fed e Bce all’unisono, vedono solo l’inflazione: taglio tassi fuori discussione fino al 2024

Milano – “Un numero molto elevato di membri (del Consiglio direttivo, ndr) ha espresso la preferenza per l’aumento dei tassi di interesse di riferimento della BCE di 75 punti base”, in quanto un rialzo del costo del denaro di tale dimensione è “una risposta proporzionata alle ulteriori revisioni al rialzo delle prospettive di inflazione e un segnale importante della determinazione del Consiglio direttivo a riportare l’inflazione all’obiettivo del 2% in modo tempestivo”. Lo si legge nei verbali della riunione della BCE del 7 e 8 settembre, nella quale Francoforte ha aumentato i tre tassi di riferimento di 75 punti base, portando il tasso benchmark sulle operazioni di rifinanziamento principale all’1,25% e attuando il maggiore incremento nella storia dell’istituto.

“Alcuni membri hanno espresso la preferenza per l’aumento dei tassi di interesse chiave della BCE di 50 punti base”, emerge inoltre dalle minute, anche perché “una risposta troppo aggressiva potrebbe anche esacerbare una recessione, con scarsi benefici per l’inflazione nel breve termine”. In ogni caso, è stato sottolineato che “un aumento di 75 punti base non dovrebbe indicare che il Consiglio direttivo intendesse concordare aumenti dei tassi di interesse di entità simile nelle sue riunioni future”. I banchieri centrali dell’eurozona sono stati “ampiamente d’accordo” con la proposta del capo economista Philip Lane sul fatto che la politica monetaria dovrebbe “continuare a dipendere dai dati e non seguire un percorso prestabilito e che i tassi di interesse dovrebbero essere fissati riunione per riunione”. Allo stesso tempo, si è ritenuto importante indicare che i tassi di interesse “sarebbero stati ulteriormente aumentati nei successivi incontri nell’ambito del processo di normalizzazione”.

Nelle discussioni sull’andamento dell’economia, i membri si sono trovati d’accordo sul fatto che “l’atteso indebolimento dell’attività economica non sarebbe stato sufficiente a ridurre l’inflazione in misura significativa e di per sé non avrebbe riportato l’inflazione prevista all’obiettivo”. Inoltre, “le preoccupazioni relative alla crescita non dovrebbero, in ogni caso, impedire il necessario forte aumento dei tassi di interesse”. Il verbale evidenzia che “senza una tempestiva riduzione dell’accomodamento della politica monetaria, le pressioni inflazionistiche derivanti da un deprezzamento dell’euro potrebbero aumentare ulteriormente, mentre tassi di cambio più bassi hanno fornito un sostegno limitato all’attività economica in un contesto di continue strozzature e carenze dell’offerta globale”. Infine, è stato affermato che “agire con forza ora potrebbe evitare la necessità di aumentare i tassi di interesse in modo più netto più avanti nel ciclo economico, quando l’economia starà rallentando”.

“Questa è una pausa nel ciclo di aumento dei tassi, ma non la fine formale del ciclo di aumento del tasso” ribadisce anche Adam Glapinski, governatore della Banca centrale polacca, un giorno dopo che l’istituzione ha mantenuto il suo tasso principale al 6,75%, mentre gli analisti si aspettavano l’ennesimo rialzo del costo del denaro. “A novembre verrà pubblicato un altro rapporto sull’inflazione, che è il documento più importante che permette di guardare nel migliore dei modi ai prossimi trimestri”, ha aggiunto l’economista. La Narodowy Bank Polski aveva alzato i tassi in ciascuna delle sue 11 riunioni precedenti a quella di mercoledì 5 settembre, nel tentativo di contenere l’aumento dei prezzi. Glapinski ha anche ribadito la sua opinione secondo cui il rialzo dell’inflazione in Polonia è stato causato principalmente da fattori esterni, pur riconoscendo che ci sono segnali di allentamento degli shock nei mercati delle materie prime, i quali avevano alimentato la crescita dei prezzi. Ha aggiunto che si aspetta un calo dell’inflazione nel 2023.

Identica lunghezza d’onda, dall’altra parte dell’Atlantico, per la Fed. “Sicuramente non aumentiamo i tassi fino a quando qualcosa non va storto; in realtà siamo lungimiranti”, perché le scelte dei banchieri centrali statunitensi non si basano solo sui modelli, ma anche su informazioni raccolte presso le imprese e la società. In questo modo, l’azione viene viene “costantemente calibrata attraverso questi dati” per non fare abbastanza o fare troppo. Lo ha affermato Mary Daly, presidente della Federal Reserve di San Francisco, in un’intervista a Bloomberg TV. Secondo l’economista, in questo momento l’economia e i mercati funzionano bene.

“Abbiamo sempre le responsabilità di prestatore di ultima istanza, e se dovesse verificarsi una dislocazione del mercato, saremmo pronti a usarla, ma non è quello che vedo in questo momento”, ha detto. La numero uno della FED di San Francisco Mary Daly ha anche affermato che l’attesa del mercato per tagli dei tassi l’anno prossimo è fuori luogo, poiché la banca centrale mira a mantenere una politica rigida per garantire un’inflazione del 2%. “Non vedo affatto che ciò possa accadere”. I banchieri centrali mirano ad aumentare il tasso di riferimento in un “territorio restrittivo” e quindi “mantenerlo lì fino a quando non vediamo l’inflazione” arrivare davvero al 2%, ha spiegato. La FED “rimarrà sulla rotta” fino a quando il lavoro non sarà terminato, ha sottolineato.

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