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sabato 28 Gennaio 2023

Energia: Mosca rigetta il tetto al prezzo del petrolio, a Bruxelles nuova proposta su quello al gas

Mosca – “Mosca non accetterà un prezzo massimo per il petrolio russo. Mentre l’analisi di questa situazione è in corso, le autorità riferiranno su ulteriori decisioni basate sui loro risultati”. Così il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, commentando l’ultima decisione dei 27 Paesi dell’Ue, le economie più avanzate del G7 e l’Australia di imporre un prezzo massimo di 60 dollari al barile al petrolio russo trasportato via mare per privare Putin delle risorse necessarie per finanziare la guerra e, allo stesso tempo, permettere al greggio russo di fluire verso i mercati globali impedendo così nuove fiammate al rialzo dei prezzi. “Ora stiamo analizzando la situazione – ha aggiunto -. Sono stati fatti alcuni preparativi per un tale massimale. Non accetteremo questo massimale e come sarà organizzato il lavoro, dopo l’analisi, che sarà rapidamente effettuata, riferiremo”. Attesa dunque, a breve, una contromossa di Putin sul mercato energetico, mentre la guerra ucraina sembra ancora lungi da una tregua.

Ieri l’Opec+ ha confermato i livelli di produzione del greggio. La decisione ‘conservativa’ è stata presa a causa della forte incertezza che c’è sul mercato condizionato dalla guerra della Russia all’Ucraina, dai timori di una recessione globale, dall’incertezza proveniente dalla Cina a causa della politica ‘zero Covid’, dal tetto al petrolio russo del G7 e dall’embargo europeo che scatterà lunedì. Il 6 ottobre scorso il gruppo di paesi con a capo Arabia Saudita e Russia hanno deciso di tagliare l’offerta di 2 milioni di barili al giorno, circa il 2% della domanda mondiale, da novembre fino alla fine del 2023. La decisione non è piaciuta agli Stati Uniti che hanno accusato, in particolare, l’Arabia Saudita di schierarsi con la Russia nonostante l’invasione dell’Ucraina decisa da Putin.

L’Opec+ si era difesa negando qualsiasi motivazione ‘politica’ e sostenendo che la decisione sia stata presa per le prospettive di un rallentamento economico e per i prezzi in calo a causa della frenata dell’economia cinese e dell’aumento dei tassi di interesse nelle grandi economie occidentali. Nei giorni scorsi era circolata la voce che l’Opec+ non aveva completamente accantonato l’ipotesi di un nuovo taglio a causa dei timori sulla domanda e i rumors hanno provocato un forte rialzo delle quotazioni con il Wti balzato la scorsa settimana di quasi il 5%. La necessità di un ulteriore taglio tuttavia non circola solo tra i produttori: per molti analisti, infatti, per mantenere le quotazioni stabili sarebbe necessario ridurre l’offerta in caso contrario potrebbe verificarsi un crollo. Per molti analisti e ministri dell’Opec, comunque, le norme che regolano il tetto al prezzo sono confuse e probabilmente non efficaci visto che Mosca sta vendendo la maggior parte del suo greggio a paesi come Cina e India che non hanno condannato l’invasione dell’Ucraina.

Il prossimo vertice dell’Opec+ è stato fissato per il 4 giugno 2023, anche se l’Organizzazione si è detta disponibile a riunirsi “in qualsiasi momento” da qui ad allora per adottare “misure aggiuntive immediate” se necessario. Un altro elemento che ha influito sulla decisione dell’Opec+, secondo l’esperto di Ubs, Giovanni Stauvono, è “un certo allentamento” delle rigide restrizioni sanitarie in Cina, che probabilmente mitigherà le preoccupazioni del mercato. La domanda del gigante asiatico, che è il primo importatore di greggio al mondo, è oggetto di attenzione da parte degli investitori e il minimo segnale di rallentamento dell’economia o di recrudiscenza dell’epidemia ha un impatto diretto sui prezzi. Se l’Opec+ ha optato per la cautela, nei prossimi mesi l’alleanza potrebbe “adottare una posizione più aggressiva” in segno di avvertimento all’Occidente, che si sta “infuriando” per la regolamentazione dei prezzi del cartello, ha previsto Edoardo Campanella, analista di UniCredit, secondo il quale questo scenario potrebbe “aggravare la crisi energetica globale” e irritare Washington, i cui sforzi diplomatici per convincere Riad ad abbassare i prezzi sono per il momento andati a vuoto.

Il Cremlino ha già avvertito che potrebbe non fornire più petrolio ai Paesi che adotteranno il meccanismo. Posizione ribadita solo ieri dal vice primo ministro russo, Alexander Novak: “Stiamo lavorando su meccanismi per proibire l’uso di uno strumento come il price cap, indipendentemente dal livello stabilito, perché tale interferenza potrebbe destabilizzare ulteriormente il mercato”. La Russia ritiene che il price cap “non sia uno strumento di mercato” e che “sia contrario a tutte le regole”, per cui “venderemo petrolio e prodotti petroliferi a quei Paesi che lavoreranno con noi a condizioni di mercato, anche se dovremo in qualche modo ridurre la produzione”, ha sottolineato Novak.

L’Italia ha fatto in tempo almeno a salvare dai boicottaggi lo stabilimento Isab-Lukoil di Priolo Gargallo, nel siracusano: “Il governo si assume la responsabilità di realizzare una amministrazione straordinaria temporanea avvalendosi anche di una società petrolifera che opera nel settore, che potrebbe essere l’Eni, e questo darà garanzia di continuità produttiva – ha assicurato il ministro alle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso -. Nel contempo ho ricevuto dall’autorità americana Olaf la garanzia che le banche che finanzieranno le operazioni ponte non siano sottoponibili a sanzioni americane”. Una soluzione confermata su Twitter pure dal ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci.

A Bruxelles, nel frattempo, la presidenza ceca ha presentato una nuova proposta in merito all’istituzione del tetto a prezzo del gas. La proposta potrebbe rappresentare un possibile accordo fra gli Stati membri, in vista del consiglio Energia straordinario del prossimo 13 dicembre. Stando a quanto si legge nel documento, di cui “Agenzia Nova” ha preso visione, il “meccanismo di correzione del mercato”, si attiverebbe al superamento della soglia di 264 euro per cinque giorni consecutivi sul mercato del Ttf di Amsterdam. Il divario fra i prezzi del Ttf (basato sul valore calcolato mensilmente) e gli indici di riferimento del mercato Gnl – l’altro parametro necessario per far scattare l’attivazione del meccanismo – dovrà invece essere maggiore di 58 euro per cinque giorni consecutivi.

Una proposta di compromesso che si avvicina quindi alle obiezioni fatte dalla quasi totalità degli Stati membri, che avevano sostanzialmente bocciato la proposta della Commissione Ue del 22 novembre, che proponeva un’attivazione al superamento della soglia di 275 euro per 14 giorni consecutivi, nell’arco dei quali lo spread fra i mercati Ttf e Gnl doveva superare i 58 euro per 10 giorni di contrattazioni. Come concepito dalla Commissione europea, il meccanismo non si sarebbe attivato in caso si fosse riproposta la situazione di agosto, ovvero quando il mercato del gas ha raggiunto picchi di prezzo vicini ai 350 euro. I rappresentanti permanenti degli Stati membri Ue si riuniranno nella giornata di oggi per discutere su un possibile accordo in merito.

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