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sabato 26 Novembre 2022

Energia, le 3 criticità rimandate dalle 3 misure Ue

Milano – I ministri europei riuniti al Consiglio Energia straordinario di Bruxelles hanno raggiunto venerdì un accordo politico sulle misure da applicare contro il caro energia, che prevede una riduzione obbligatoria della domanda di elettricità, l’imposizione di un tetto ai ricavi di mercato dei produttori di elettricità “inframarginali” e l’introduzione di un contributo di solidarietà per i produttori di combustibili fossili. “I nostri cittadini e le nostre imprese stanno aspettando con trepidazione che l’Ue faccia proposte concrete su come affrontare gli attuali prezzi dell’energia, estremamente alti”, ha dichiarato il ministro dell’Industria e del Commercio della Repubblica Ceca, Paese che ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue. In una dichiarazione che delinea gli elementi principali dell’accordo, Sikela ha spiegato che esso “darà sollievo a cittadini e imprese europee”. Gli Stati membri appiattiranno la curva della domanda di energia elettrica durante le ore di punta, il che avrà un effetto positivo diretto sui prezzi”, ha aggiunto il ministro ceco. “Gli Stati membri – ha proseguito – redistribuiranno i sovraprofitti dal settore energetico a coloro che faticano a pagare le bollette”. La presidenza ceca “ha lavorato duramente per garantire a tutti gli Stati membri quanta più flessibilità possibile senza limitare l’ambizione di aiutare famiglie e imprese”, aveva affermato lo stesso Sikela all’inizio del Consiglio.

La prima misura postula un obbligo di ridurre il consumo di energia elettrica di almeno il 5 per cento nelle fasce orarie di punta di consumi e di prezzo selezionati. Malta e Cipro godono a tal proposito di una deroga. La misura attribuisce comunque agli Stati membri il compito di individuare tali fasce orarie, pari al 10 per cento delle ore totali. Non solo, ma i Paesi Ue hanno anche spazio di manovra per raggiungere l’obiettivo di riduzione volontaria del 10 per cento dei consumi di elettricità, questo fino al 31 marzo 2023. Possono infine esentare i fornitori di ultima istanza dalle riduzioni obbligatorie nelle ore di punta.

Per quanto riguarda la seconda misura, gli Stati membri applicheranno un massimale temporaneo sui prezzi offerti dai produttori di energia elettrica “inframarginali”, che generano energia tramite l’utilizzo di tecnologie, come le rinnovabili o il nucleare, meno costose rispetto al livello di prezzo dei produttori “marginali”. Questo ha fatto sì negli ultimi mesi che i produttori inframarginali ottenessero profitti elevati alla luce del ruolo del gas nel meccanismo di fissazione del prezzo finale dell’energia elettrica. Il massimale di prezzo al quale questi produttori vendono l’elettricità viene ora fissato a 180 euro al megawattora. I ricavi che eccedono il massimale saranno prelevati dai governi dei Paesi Ue e utilizzati allo scopo di ridurre le bollette dei consumatori. Anche in questo caso, agli Stati membri è stata data la possibilità di fissare differenti ed eventualmente maggiori tetti per differenti tipi di generazione dell’elettricità.

La terza misura approvata prevede, infine, un contributo temporaneo di solidarietà del 33 per cento degli extraprofitti generati dalle attività nei settori di petrolio, gas, carbone e raffinazione nel 2022 e/o nel 2023. Secondo la misura, gli extraprofitti saranno prelevati dagli Stati membri e reindirizzati ai consumatori di energia, con particolare riguardo per le famiglie vulnerabili, le imprese più colpite e le industrie più energivore. “E’ cruciale che queste misure siano attuate rapidamente perché possano cominciare ad avere gli effetti desiderati”, ha dichiarato la commissaria europea all’Energia, Kadri Simson. Il testo definitivo verrà adottato la prossima settimana e avrà vigore dal primo dicembre 2022 al 31 dicembre 2023. Gli obiettivi di riduzione dei consumi saranno vigenti fino al 31 marzo 2023, mentre il tetto di 180 euro per megawattora sui ricavi di mercato sarà vigente fino al 30 giugno 2023.

Il primo problema è che quella che doveva essere la misura principale, il “price cap” al prezzo del gas, non è finita neanche sul tavolo. “Mi aspetto che andremo avanti passo dopo passo, implementando le misure strada facendo. Potrebbe essere il prossimo punto in agenda”, ha dichiarato Jozef Sikela. Il governo tedesco ribadisce il suo no al price cap generalizzato al gas. Non per “ragioni ideologiche”, ma perché è necessario “garantire la sicurezza degli approvvigionamenti” e con un tetto su tutte le importazioni “c’è un alto rischio che il Gnl vada verso l’Asia o altrove”. Lo indicano fonti diplomatiche europee in vista dell’Eurogruppo di oggi, lunedì 3 ottobre. Il rischio per Berlino, spiegano, è che il caro energia diventi “un problema ancora più grande” tagliando l’Europa fuori dalle forniture. L’unica soluzione accettabile per il governo tedesco, sottolineano ancora le stesse fonti, è quella di negoziare direttamente con i fornitori. “Si è parlato tanto di un ‘price cap’ sul gas dalla Russia sull’Ucraina: è una sanzione. Ho detto qui all’inizio della crisi che la Germania non è ancora pronta, abbiamo bisogno di un po’ di tempo – ha dichiarato il ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck -. La Germania introduce un freno al prezzo del gas e questo non ha nulla a che fare con il tetto al prezzo del gas”. Lo ha affermato la portavoce del ministro dell’Economia, a Berlino, rispondendo a una domanda in conferenza stampa, sull’irritazione provocata in Italia dalla decisione tedesca di introdurre uno scudo da 200 miliardi di euro per frenare il prezzo del gas, nel contesto della opposizione tedesca al tetto al prezzo del gas in Europa.

Più che ‘price cap’ lo strumento su cui si lavora a livello europeo per la crisi del gas è un “tetto con forchetta” ha affermato il ministro della Transizione Roberto Cingolani. “Bisogna realizzare e trovare un range tra un minimo e un massimo in cui ci possa sempre essere una variazione”. Ci sarà presto una proposta dai principali Paesi energivori, per fornire alla Commissione dei punti principali “per consentirle di costruire una proposta legislativa accurata” prima della riunione dei capi di Stato europei del 6-7 ottobre. “Dopo quello che è successo al Nord Stream si è rinforzata l’idea di un’Europa unita che deve dare una risposta chiara. Sembra quindi uscire di scena l’idea che la Ue contro il caro energia metta un ‘price cap’, un tetto al prezzo, del gas russo, secondo Cingolani. “Credo che quell’argomento sia abbastanza fuori” scena, ha spiegato. Sarebbe solo “una sanzione” considerando che “ormai la Russia fornisce una percentuale abbastanza bassa del gas totale europeo” e rispetto ai rialzi delle quotazioni “credo che l’effetto sul prezzo medio sarebbe basso”.

Tra l’altro – e questo è un secondo problema – “ci siamo trovati tutti d’accordo che il Ttf di Amsterdam non funziona bene per determinare i prezzi delle vendite all’ingrosso. Il Ttf è dominato dagli effetti speculativi, non riflette l’equilibrio fra domanda e offerta” ha dichiarato sempre Cingolani, in un’intervista. “Sono emerse le preoccupazioni vere e si è capito che non sono uguali per tutti. La maggior parte dei Paesi, Italia inclusa, hanno soprattutto un problema sul prezzo: anche perché abbiamo chiari limiti di bilancio nel mitigarlo con l’intervento pubblico. I tedeschi sono più preoccupati che ci sia un problema di scarsità. Temono che un tetto al prezzo su tutti i fornitori crei scarsità di gas e loro restino un po’ a corto. Dobbiamo trovare un indice più adatto, che eviti all’Europa di pagare prezzi superiori al resto del mondo”. La Commissione europea “dovrà portare una proposta di un intervento che abbia valore legale. Stiamo lavorando – ha concluso – a una lista di dieci punti da affrontare entro il 6 ottobre, quando inizia il vertice europeo informale di Praga”.

La terza criticità è che le misure non tengono in considerazione lo scenario di uno stop totale di forniture di gas dalla Russia, e le sue ricadute sull’economia che si vuole difendere. Nel dare il semaforo verde alla Nota di Aggiornamento al DEF, l’Ufficio parlamentare di bilancio, che rilascia la validazione sulle stime tendenziali, avverte che “tuttavia le stime sono caratterizzate da una forte incertezza, legata soprattutto agli sviluppi e alle ripercussioni della guerra in Ucraina. Il quadro internazionale appare instabile e fragile e le prospettive potrebbero cambiare significativamente, anche in un arco temporale breve”, si legge nel documento dell’Upb. Se si dovesse realizzare la prospettiva di un blocco completo delle forniture di gas da parte della Russia, “in concomitanza di altre condizioni avverse potrebbe rendersi necessario un razionamento dei consumi di gas nel corso del prossimo inverno, con ricadute non trascurabili sull’attività economica”. La Germania, ad esempio, anticipando il quadro dipinto in Italia dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco, già sa che il Pil del Paese entrerà in recessione nel 2023, con una contrazione dello 0,4 per cento: secondo i quattro principali istituti di ricerca economica, la causa è tutta della crisi dell’energia. In base alle stime pubblicate da Istituto per la ricerca economica di Monaco di Baviera (Ifo), Istituto per l’economia mondiale di Kiel (Ifw), Istituto Leibniz per la ricerca economica di Essen (Rwi) e Istituto per la ricerca economica di Halle (Iwh), il netto aumento dei prezzi del gas significa per la Germania “una perdita permanente di benessere”. Una stima varata indipendentemente dalle misure appena varate dall’Ue. Nessuno crede che siano risolutive e sufficienti per tamponare la perdita di ricchezza.

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