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venerdì 7 Ottobre 2022

Energia, la tassa sugli extra profitti boicottata dalle aziende a suon di ricorsi

Milano – La invocano tutti. Perché potrebbe essere una parte della soluzione della lunga lista di problemi legati al prezzo del gas e al caro energia. La tassa sugli extra profitti è stata introdotta per compensare i guadagni delle imprese energetiche che, grazie all’aumento del prezzo del gas, hanno guadagnato più del previsto. L’obiettivo è recuperare risorse da utilizzare per sostenere chi, al contrario, con l’aumento del prezzo di gas e luce ha perso soldi, e tanti, perché ha pagato bollette molto più care. Sono le imprese e le famiglie, ovvero l’utente finale del mercato dell’energia. Il meccanismo è stato pensato per ottenere una compensazione che contribuisse a riequilibrare, con uno spostamento di denaro quasi automatico, le distorsioni prodotte dalla variabile del prezzo.

In una prima versione del Decreto Aiuti la tassa ammontava al 10% del fatturato delle aziende, nella versione approvata in via definitiva con il Decreto aiuti Bis è salita al 25%. Come viene effettuato il calcolo? Sono state confrontate le operazioni attive e passive realizzate dal 1 ottobre 2021 al 30 aprile 2022, con quelle dello stesso periodo tra il 2020 e il 2021. E’ previsto il pagamento in due tranche: la prima da pagare entro il 30 giugno (il 40%) e il resto il 30 novembre (per il restante 60%). Il problema è che nessuno, o quasi, sta pagando la tassa. Doveva liberare 10,5 miliardi e invece ne sono entrati poco più di un decimo. Come è possibile? La risposta è tanto banale quanto disarmante: la maggior parte delle aziende ha deciso di non pagare, scommettendo sull’incostituzionalità della misura e su diversi vizi formali e presentando una valanga di ricorsi, all’Autorità per l’Energia, l’Arera, e al Tar.

Ad esempio in merito al “Contributo straordinario contro il caro bollette”, istituito dal legislatore per l’anno 2022 a carico delle imprese operanti nel settore energetico, il Gruppo Acea ha fatto sapere di aver determinato in 28,5 milioni di euro l’ammontare complessivo del contributo e di aver provveduto al versamento dell’importo dovuto secondo le modalità e le tempistiche previste dalla normativa. Tuttavia Acea ha precisato che una parte significativa della base imponibile identificata per le società del Gruppo non è riconducibile agli extraprofitti che il legislatore intende tassare, bensì a operazioni straordinarie. In considerazione di ciò, la società ha avviato le azioni necessarie per impugnare la norma ravvisandone elementi di illegittimità, anche costituzionale.

I conti precisi si faranno in settimana. Mercoledì 31 agosto scadono i termini del ravvedimento per il pagamento dell’acconto sulla tassa. Ora la domanda che ricorre è: sono soldi persi o è possibile recuperarli? Sicuramente si tratta di una posta che non può essere utilizzata per coprire i nuovi interventi che tutti invocano in queste ore. L’altro problema significativo è quello dei tempi. La prima pronuncia del Tar è prevista per l’8 novembre. Dall’esito dipende il percorso che prende il dossier extraprofitti, almeno per la quota di aziende che ha scelto il contenzioso. Se il ricorso viene respinto, tutti dovranno pagare l’acconto e il saldo; sei i giudici sospendono l’efficacia del provvedimento e rimandano alla Consulta, addio al saldo di novembre fino al pronunciamento, non prima di un anno e mezzo; se il Tar non sospende la norma ma rinvia alla Consulta, si paga il saldo ma resta in sospeso l’ipotesi dei rimborsi. Insomma, quella che doveva essere una redistribuzione ‘facile’ è diventata l’ennesima partita ‘lunga’ e senza certezze. Per questo, l’ipotesi di intervenire per correggere la norma e neutralizzare l’effetto dei ricorsi è seriamente presa in considerazione in queste ore.

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