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lunedì 30 Gennaio 2023

Criptovalute e Ue, le regole in attesa delle nuove regole

Milano – In attesa dell’introduzione del MiCA europeo, c’è già una normativa applicabile per gli investimenti in monete digitali: il Testo Unico della Finanza. Come riporta il sito di consulenza legale Laleggepertutti.it, c’è chi ha parlato di Far West digitale e non ha torto: l’assenza di una normativa specifica per Bitcoin e criptovalute crea parecchie incertezze e talvolta provoca anche gravi danni agli investitori, che alla fine sono quelli che ne fanno le spese e rischiano di vedere i loro portafogli sparire all’improvviso. Proprio come è accaduto nel recente crack di Ftx: quando a novembre 2022 la seconda piattaforma mondiale di scambio di monete digitali è fallita, si è creato il panico. Chi ha provato in tutta fretta a ritirare i propri depositi dagli exchange virtuali ha avuto l’amara sorpresa di trovare “gli sportelli chiusi”, come avveniva un secolo fa quando le banche tradizionali venivano prese d’assalto dai correntisti allarmati dalle grandi crisi economiche e non trovavano più il loro denaro. Gli errori del passato, purtroppo, non insegnano. Tutto questo fa capire come la storia si ripete e cosa può succedere in assenza di una normativa adeguata: alla fine sono i risparmiatori e i piccoli investitori che ci rimettono le penne. Dunque, per tutelare i consumatori, urge sapere quali regole si applicano ai Bitcoin e alle criptovalute in genere. Come vedrai, esiste già qualche strumento di difesa e altri ne arriveranno prossimamente.

Quando parliamo di trading in criptovalute con ci riferiamo soltanto all’inevitabile rischio finanziario che corre chi investe in questi strumenti, che hanno quotazioni soggette a enormi e imprevedibili oscillazioni: ad esempio, nel corso del 2022 le principali criptovalute (Bitcoin ed Ethereum) hanno perso circa i tre quarti del valore che avevano a inizio anno. Questo significa che chi aveva acquistato i suoi token al prezzo di 100 oggi potrebbe rivendere, se va bene, a 25. Chi fa trading è ben consapevole del fatto che potrebbe perdere l’intero capitale investito, ma cerca di cavalcare l’onda proprio speculando sulle oscillazioni di breve periodo (e spesso con questo gioco si fa male: secondo le statistiche, più del 90% dei traders finisce in perdita). Ma, volendo usare una metafora, tutti i guidatori, bravi o imbranati che siano, hanno diritto a percorrere le strade in sicurezza: quindi non basta confidare nella propria abilità (spesso sopravvalutata), e occorrono sempre delle regole, delle norme legali vigenti nell’ambiente in cui si opera: anche e soprattutto in quello, delicatissimo, delle criptovalute.

Dobbiamo, quindi, esaminare qual è la normativa che protegge i risparmiatori, giustamente considerati dalla legge come consumatori da tutelare di fronte alle imprese: quindi le banche, gli intermediari finanziari e, nel nostro caso, anche le piattaforme – spesso dislocate all’estero, in Paesi che non fanno parte dell’Unione Europea – che gestiscono i servizi di compravendita delle valute digitali e spesso curano anche la custodia di quegli asset nei loro portafogli, così aumentando enormemente il rischio per gli investitori. È proprio qui che si annida il maggior pericolo, e sorgono le più importanti esigenze di tutela. Gli stessi operatori del settore – come il Ceo di Binance, il più grande exchange di criptovalute del mondo – chiedono da tempo una regolamentazione, consapevoli del fatto che il crollo di un intermediario scatena il panico nei risparmiatori e dunque coinvolge tutti, anche chi fa affari con gli scambi, in una sorta di “effetto domino” che rischia di far perdere in modo irrimediabile la fiducia della gente nelle valute digitali. E se nessuno le compra più l’intero settore alla fine muore.

C’è una profonda distinzione tra i mercati regolamentati – come Borsa Italiana – che sono costantemente vigilati dalle pubbliche autorità di controllo (a partire dalla Consob, la Commissione nazionale per le società e la borsa) e sottoposti a stringenti regole già in fase di autorizzazione preventiva ad operare in Italia e nell’Unione Europea – ed i mercati rimasti ancora “liberi”, per i quali l’unica legge vigente è la “non legge” della deregulation totale: la mancanza di regole evidentemente favorisce la commissione di illeciti da parte di intermediari senza scrupoli, che non forniscono adeguate garanzie e possono appropriarsi facilmente dei portafogli elettronici dei loro clienti. Oggi per le società che operano come intermediari di valute digitali è obbligatoria soltanto l’iscrizione al registro Oam (organismo di agenti e mediatori): non è un’autorizzazione preventiva, come tale soggetta al possesso di determinati requisiti, ma soltanto un adempimento ai fini dell’antiriciclaggio (un aspetto che, come vedremo alla fine, è piuttosto importante).

Quindi, ai fini di tutela degli investitori, l’Oam non è uno strumento efficace: è soltanto una sorta di censimento, una presa d’atto dell’operatività di un determinato soggetto in Italia. Per colmare questa grave lacuna, è stato predisposto un Regolamento europeo di prossima introduzione: il MiCA, acronimo di mercati delle cripto-attività, che ha già avuto l’approvazione (provvisoria) del Consiglio e del Parlamento dell’Unione e dovrebbe entrare in vigore nel 2024 (alcuni qualificati esperti ne chiedono l’introduzione anticipata, per scongiurare episodi simili a quello di Ftx). Da quel momento tutti gli intermediari in criptovalute che vogliono operare negli Stati dell’Unione Europea dovranno munirsi di un’apposita autorizzazione, dovranno adeguarsi a regole organizzative e saranno monitorati dalle autorità di vigilanza durante il compimento delle varie attività. In particolare, dovranno evitare i conflitti di interesse e garantire l’adeguata custodia dei valori finanziari depositati dalla clientela, quindi di tutti i soldi investiti in criptovalute e detenuti in tale forma.

Con l’arrivo della nuova normativa europea si riuscirà a creare la necessaria separazione tra i patrimoni dei risparmiatori e quelli degli intermediari: va da sé che le piattaforme di exchange non dovrebbero mai utilizzare per le proprie speculazioni i soldi dei clienti, e dunque creare “confusione” nei rispettivi portafogli, perché è proprio qui che si annida il pericolo di abusi, come il crack di Ftx ha purtroppo dimostrato; ma in assenza di regole questi fenomeni sono possibili ed anche facili da realizzare (e quando si scoprono è ormai troppo tardi). Ecco perché il regolamento MiCA prevede una norma volta a garantire l’effettiva e chiara suddivisione tra le partecipazioni che l’intermediario gestisce per conto proprio (come il token Ftt, nel caso di Ftx: una criptovaluta molto scambiata, e che ovviamente è precipitata insieme alla società di riferimento) e quelle che cura e custodisce nell’interesse dei clienti, e dunque deve rimanere di loro proprietà.

Come già avviene da anni per gli impieghi finanziari tradizionali, ad esempio le obbligazioni vendute dalle banche e i fondi comuni di investimento, dove se la società emittente crolla il titolo resta in vita e mantiene il suo valore perché l’asset finanziario non rientra nei beni apprensibili al fallimento. Questo sarà un buon passo avanti per tutelare gli investitori e garantire la stabilità del sistema finanziario nel suo complesso, in un settore che ormai è in grande crescita e rivaleggia con i classici impieghi della finanza tradizionale: monete aventi corso legale, titoli di Stato, azioni e obbligazioni. Intanto la Corte di Cassazione, con una nuova sentenza, ha già riconosciuto che le criptovalute sono assimilabili ad un «prodotto finanziario», ossia ad uno «strumento di investimento», e come tali sono soggette alla normativa del Testo Unico della Finanza (Tuf, noto anche come “legge Draghi”) in materia di intermediazione finanziaria.

La portata pratica del principio enunciato dalla Suprema Corte sta nel fatto che già adesso agli investimenti in criptovalute è applicabile la normativa antiriciclaggio, che inserisce gli intermediari in valute digitali nella categoria residuale degli «altri operatori non finanziari». Così, nel caso di specie, gli Ermellini hanno confermato il sequestro di un wallet elettronico in cui erano depositati 30 Bitcoin, frutto di operazioni illecite). Perciò chi offre ai consumatori servizi di intermediazione in criptovalute, proponendosi sia come exchanger sia come wallet provider (nel caso in cui il cliente si affidi all’operatore anche per la custodia del suo portafoglio virtuale, anziché conservarlo su una chiavetta Usb) deve rispettare gli obblighi informativi dovuti nei confronti dei risparmiatori-investitori e in genere di tutta la pubblica clientela, altrimenti commette reato.

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