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mercoledì 4 Agosto 2021

Confindustria: “Il Made in Italy vale 135 mld di euro di export”

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La crisi da Covid-19 ha avuto un effetto propulsivo sulle tendenze in atto, provocando un salto di velocità nelle trasformazioni sociali e, di riflesso, dell’economia. La crisi e i piani di ripresa predisposti potrebbero per esempio spingere verso una riallocazione delle risorse produttive tra settori. Da un lato, la crisi ha colpito più duramente alcuni comparti (si pensi, ad esempio, a tutte le attività legate al turismo), che probabilmente avranno bisogno di più tempo per ripartire. Dall’altro, i nuovi trend hanno rappresentato un vero e proprio vantaggio per alcune branche di attività (in primis tutte quelle svolgibili da remoto e senza contatto fisico).

Lo afferma l’analisi condotta dal Rapporto ‘Esportare la Dolce Vita’, realizzato dal Centro Studi Confindustria con il contributo di Sace, Netcomm e Fondazione Manlio Masi – Osservatorio nazionale per l’Area Affari Internazionali e gli scambi.

Seppure non colpiti così duramente come alcuni comparti dei servizi, i beni finali di consumo belli e ben fatti (BBF) hanno subito pesanti ripercussioni. I settori legati alla Moda sono stati tra quelli che più hanno sopportato sia gli effetti diretti (chiusura ripetuta delle attività commerciali collegate, stop delle fiere in presenza e criticità legate alle trasferte), sia indiretti (condizionamenti alla mobilità e alla socialità) dovuti al cambio di abitudini conseguenti alla pandemia da Covid-19. Inoltre, l’elevata incertezza e il rallentamento generalizzato della domanda mondiale non hanno di certo giovato all’export dei beni finali di consumo nel suo complesso, seppure sorprende come alcune eccellenze del made in Italy abbiano continuato a crescere anche nel 2020, come ad esempio la Nautica, mostratasi particolarmente resiliente. Le cosiddette 3F (Fashion, Food, Furniture) insieme a Ceramica, Cosmetica, Nautica e Automotive, rappresentano 135 miliardi di euro delle nostre vendite all’estero (il 30% del totale) e sono un grande punto di forza del nostro Paese e un tratto distintivo del nostro export.

Nei tre anni che hanno preceduto il deflagrare della pandemia, l’Italia ha visto crescere le sue quote di export dei beni di eccellenza rispetto ai principali concorrenti (ovvero quei paesi che stanno entrando nel territorio dei prodotti di pregio italiani). Mentre la domanda mondiale cresceva a un ritmo medio annuo del 3,6%, le esportazioni italiane correvano al 5,6%, un ritmo inferiore solo a quello dei Paesi Bassi (che sono, però, soprattutto un hub di re-esportazione di beni prodotti in altri paesi), di poco superiore rispetto a quello della Francia (5,5%), oltre il doppio di quello cinese e il quadruplo di quello osservato in Germania. La buona performance dell’Italia è legata soprattutto alla crescita di competitività. Infatti, dei due punti di quota percentuale guadagnati, oltre la metà (1,2) sono legati a miglioramenti nell’offerta, con la qualità che resta il perno della valorizzazione attraverso incrementi di prezzo, che da sola ha contato per 0,7 punti di quota guadagnata; interessante notare come per la Cina questi stessi fattori abbiano costituito un freno alla crescita della sua quota di mercato. Per quanto riguarda i fattori legati alla domanda, che comunque hanno pesato per un aumento di quota pari a 0,13 punti, la crescita è stata indotta soprattutto dall’aver presidiato i giusti mercati in termini di settori e categorie di prodotto piuttosto che i mercati geografici a più alto tasso di crescita. La quota media dell’Italia nel triennio 2017-2019 si è attestata al 5,6% dell’export mondiale di beni BBF.

Ai primi quattro posti nella graduatoria dei paesi ordinati per quota di importazioni di beni BBF provenienti dall’Italia si trovano Stati Uniti (15,3%), Germania (10,7%), Francia (10,0%) e Regno Unito (5,9%), che da soli pesano quasi la metà dell’intero ammontare di esportazioni mondiali di BBF. La valorizzazione del BBF è stata più marcata in paesi come Germania, Cina e Svizzera, dove la crescita di valori e prezzi ha determinato una dinamica favorevole per l’andamento di questi mercati e dove si sono anche registrati i tassi più dinamici tra i principali mercati di sbocco: tassi di crescita medi annui rispettivamente del 4,4%, del 9,5% e del 7,2%. Da notare come il Regno Unito, dopo il referendum sulla Brexit, ancora prima che il divorzio si materializzasse, abbia avuto un tasso di crescita negativo per i beni BBF importati dall’Italia (-0,6%) e che questo abbia indotto una riduzione marcata della quota italiana nel mercato britannico (-4,2%).

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