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mercoledì 6 Dicembre 2023

Bce e Fed all’unisono, avanti tutta col rialzo dei tassi di interesse

New York – “Il Consiglio direttivo della BCE è pienamente consapevole del fatto che è necessario percorrere ulteriore terreno nelle prossime riunioni per uscire dal livello altamente accomodante prevalente dei tassi ufficiali”, anche se “l’improvviso riprezzamento delle aspettative sui tassi richiedono un attento monitoraggio da una prospettiva di funzionamento del mercato e di una più ampia stabilità finanziaria”. Lo ha detto Philip Lane, Chief Economist e membro dell’Executive Board della BCE, nel corso di un recente evento a New York. Secondo Lane, la Banca centrale europea potrebbe avere un impatto maggiore sui mercati aumentando i tassi di interesse piuttosto che riducendo lo stock di obbligazioni acquistate negli anni con i vari piani di emergenza e quantitative easing.”Una conclusione provvisoria sull’impatto delle azioni sul balance sheet in una fase di normalizzazione è che il canale di segnalazione sarà più debole per un dato adeguamento alle dimensioni e alla composizione del nostro bilancio”.

“Gli effetti di segnalazione derivanti da un determinato adeguamento dei tassi potrebbero essere maggiori di quanto si stima fosse prima della crisi finanziaria”, ha aggiunto l’economista nel suo intervento, principalmente per due motivi. In primo luogo, “l’uscita dalla politica dei tassi di interesse negativi potrebbe aver rafforzato la trasmissione di un rialzo dei tassi lungo tutta la struttura a termine dei tassi di interesse”, ha sottolineato. In secondo luogo, “il ritiro della guidance a termine dei tassi dopo anni in cui le indicazioni prospettiche sul probabile andamento futuro dei tassi di interesse avevano soppresso quasi del tutto la volatilità dei tassi potrebbe invitare i mercati a reagire a un aumento dei tassi ritirandosi più nettamente dai titoli a più lungo termine siccome dealer e altri fornitori di liquidità di negoziazione sono meno disposti a mettere a rischio il capitale per creare mercati bilaterali in un contesto di percepita maggiore incertezza sui tassi di interesse”. La BCE ha alzato il tasso sui depositi da -0,50% a 0,75% in meno di due mesi e i mercati prevedono che continuerà ad aumentarlo per buona parte del prossimo anno, anche seguendo l’azione della FED.

Poi, una volta che i tassi dell’Eurozona viaggeranno a un livello neutrale, sarà opportuno iniziare a ridurre il maxi bilancio dell’istituto secondo un altro membro del consiglio direttivo della BCE, Francois Villeroy de Galhau, che delinea il piano di riduzione, prima facendo ripagare i prestiti alle banche e poi riducendo le proprie obbligazioni. “Il rimborso delle Tltro viene prima di tutto, e dovremmo evitare qualsiasi incentivo involontario a ritardare i rimborsi da parte delle banche” – ha affermato il governatore della banca centrale francese -. Villeroy ha poi aggiunto che la BCE potrebbe iniziare a non sostituire alcune delle obbligazioni in scadenza acquistate nell’ambito del suo Programma di acquisto di titoli pubblici e privati (Asset Purchase Programme) per 3.300 miliardi di euro negli ultimi sette anni, quando l’inflazione era troppo bassa.

La riduzione del bilancio della BCE – ha precisato il banchiere – non dovrebbe avvenire interamente “con il pilota automatico”. Bisognerebbe piuttosto “iniziare lentamente, valutare la reazione dei mercati e accelerare in modo graduale”. Quanto alla politica monetaria, anche secondo Villeroy “le preoccupazioni sull’arrivo di una recessione nell’area euro non devono impedire alla BCE di alzare i tassi. Il livello dell’inflazione implica che la Banca centrale europea deve essere determinata”. E aggiunge che il dibattito se procedere a una stretta di 50 punti base o di 75 punti base “è prematuro”, considerando la volatilità dei mercati, ma ribadisce che il tasso dovrebbe raggiungere il livello neutrale, ovvero “un po’ meno del 2%”, entro la fine dell’anno, aprendo la strada alla possibilità di ridurre il bilancio della BCE. La scorsa settimana, il Consiglio direttivo della BCE ha avuto “uno scambio informale di opinioni sui meriti dei suoi strumenti, compresi gli aumenti dei tassi di interesse e gli aggiustamenti al ribasso del bilancio” ha affermato un terzo membro della Bce, il presidente della Banca centrale del Lussemburgo Gaston Reinesch.

“L’uso degli strumenti dovrà essere proporzionato ed efficace in vista del raggiungimento del mandato della BCE – ha aggiunto -. Il Consiglio direttivo è stato unanime nella sua valutazione secondo cui nell’attuale contesto sono necessari ulteriori aumenti dei tassi di interesse. Le future decisioni sui tassi ufficiali continueranno a seguire un approccio riunione per riunione. Il ritmo e il calendario della riduzione del bilancio, che dipenderà dai dati – ha specificato -, saranno determinati a tempo debito e nell’ottica di realizzare il mandato di stabilità dei prezzi”. Infine, per il presidente della Banca dei Paesi Bassi Klaas Knot, il problema dell’inflazione eccessivamente alta “non andrà via con un piccolo rallentamento dell’economia: richiederà uno sforzo continuo e il Consiglio direttivo è unanime su questo”. A una domanda su quanto restrittiva la politica monetaria debba alla fine diventare, ha detto che i funzionari “ci penseranno quando ci arriveremo_ abbiamo bisogno di almeno altri due aumenti significativi dei tassi prima di entrare nel range di valori plausibili per essere neutrali” ha detto Knot, aggiungendo che “questo ci porterà nel prossimo anno”.

A New York c’era pure la “collega” Loretta Mester, presidente della FED di Cleveland: “L’inflazione inaccettabilmente alta e persistente rimane la sfida chiave per l’economia statunitense”, anche perché “è andata ben al di sopra del 2 per cento per quasi un anno e mezzo e i rischi per le previsioni di inflazione sono inclinati al rialzo”, ha detto aggiungendo che “nonostante una certa moderazione dal lato della domanda dell’economia e i nascenti segnali di miglioramento delle condizioni dal lato dell’offerta, non si sono registrati progressi sull’inflazione. Il FOMC è fortemente impegnato a utilizzare i suoi strumenti per riportare l’economia alla stabilità dei prezzi e persevererà affinché ciò accada – ha spiegato – Stiamo intraprendendo un’azione decisiva per rimuovere l’accomodamento della politica monetaria per portare la domanda in un migliore equilibrio con l’offerta limitata sia nel mercato dei prodotti che nel mercato del lavoro”.

Dato l’attuale livello di inflazione, la sua natura generalizzata e la sua persistenza, Mester crede che “la politica monetaria dovrà diventare più restrittiva per portare l’inflazione su un percorso sostenibile al ribasso al 2%”. L’economista prevede comunque che l’inflazione scenderà sensibilmente il prossimo anno. La stretta monetaria provocherà un periodo di crescita della produzione “ben al di sotto del trend nel prossimo biennio”, che a sua volta porterà a una crescita dell’occupazione più lenta e livelli più alti del normale anche della volatilità dei mercati finanziari. “Non prevedo alcun taglio nell’intervallo di riferimento dei Fed Funds il prossimo anno”, ha sottolineato.

Del resto, tutti i partecipanti all’ultimo meeting della Federal Reserve “hanno convenuto che era opportuno aumentare di 75 punti base l’intervallo obiettivo per il tasso sui fed funds e continuare il processo di riduzione delle partecipazioni in titoli della Federal Reserve”, con molti banchieri centrali che “hanno sottolineato l’importanza di rimanere su questa strada anche se il mercato del lavoro ha rallentato”. Lo si legge nei verbali della riunione della Banca centrale americana del 20 e 21 settembre. Nel discutere delle potenziali decisioni dei prossimi meeting, i partecipanti “hanno continuato ad anticipare che i continui aumenti della fascia obiettivo per il tasso sui fed funds sarebbero stati appropriati per raggiungere gli obiettivi” e che ci sia bisogno “di passare a, e quindi mantenere, una posizione politica più restrittiva al fine di soddisfare il mandato”, ovvero promuovere la massima occupazione e la stabilità dei prezzi.

È stato osservato che, con l’ulteriore inasprimento dell’orientamento della politica monetaria, “sarebbe opportuno a un certo punto rallentare il ritmo degli aumenti dei tassi ufficiali, valutando nel contempo gli effetti degli aggiustamenti cumulativi delle politiche sull’attività economica e sull’inflazione”. Molti partecipanti hanno indicato che, una volta che il tasso ufficiale avrà raggiunto un livello sufficientemente restrittivo, “sarebbe probabilmente opportuno mantenerlo per qualche tempo fino a quando non ci saranno prove convincenti che l’inflazione sarebbe tornata all’obiettivo del 2%”. Dai verbali emerge anche che, sebbene alcune categorie di spesa sensibili agli interessi (come l’edilizia abitativa e gli investimenti fissi delle imprese) abbiano già iniziato a rispondere all’inasprimento delle condizioni finanziarie, una parte considerevole dell’attività economica non ha ancora mostrato molta risposta.

In particolare, l’inflazione “non ha ancora risposto in modo apprezzabile all’inasprimento delle politiche” e una sua riduzione significativa sarà “probabilmente in ritardo rispetto alla domanda aggregata”. I banchieri centrali statunitensi sono consapevoli che è necessario un periodo di crescita del PIL reale al di sotto del tasso tendenziale, “molto probabilmente accompagnato da un certo indebolimento delle condizioni del mercato del lavoro”. Infine, “molti partecipanti hanno sottolineato che il costo di un’azione insufficiente per ridurre l’inflazione probabilmente superava il costo di un’azione eccessiva. Diversi partecipanti hanno sottolineato la necessità di mantenere una posizione restrittiva per tutto il tempo necessario, con un paio di questi partecipanti che hanno sottolineato che l’esperienza storica ha dimostrato il pericolo di porre fine prematuramente a periodi di stretta politica monetaria volti a ridurre l’inflazione”.

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