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sabato 1 Ottobre 2022

Banche centrali: la Norvegia alza i tassi, la Turchia li abbassa nonostante l’inflazione record

La banca centrale norvegese ha deciso di aumentare il tasso ufficiale dall’1,25% all’1,75%, ovvero di 50 punti base, e affermato che molto probabilmente sarà ulteriormente aumentato a settembre. La Norges Bank ritiene che l’inflazione sia “notevolmente superiore al previsto” e nettamente al di sopra dell’obiettivo del 2%. Inoltre, l’attività nell’economia norvegese è elevata, con poca capacità inutilizzata, e la disoccupazione è diminuita un po’ più del previsto, attestandosi a un livello molto basso. “È necessario un tasso di riferimento nettamente più alto per allentare le pressioni nell’economia norvegese e per riportare l’inflazione verso l’obiettivo”, ha affermato il governatore Ida Wolden Bache.

L’aumento dei prezzi è stato generalizzato negli ultimi mesi e potrebbe comportare che l’inflazione rimanga alta più a lungo del previsto, si legge nello statement della banca centrale. “Ciò suggerisce un aumento del tasso ufficiale più rapido rispetto alle previsioni di giugno – viene sottolineato – Un aumento più rapido dei tassi ora ridurrà il rischio che l’inflazione si afferri a livelli elevati e la necessità di un più forte inasprimento della politica monetaria più lontano”. L’economia si trova comunque ad affrontare diversi rischi, a causa dell’alto grado di incertezza. C’è rischio che la scarsa capacità inutilizzata e le persistenti pressioni sui prezzi portino a un’ulteriore accelerazione dell’inflazione, ma anche che il rialzo dei tassi di interesse e l’elevata inflazione potrebbero raffreddare il mercato immobiliare e frenare i consumi delle famiglie più rapidamente di quanto previsto.

Sempre ieri, invece, il Comitato di politica monetaria (MPC) della Banca centrale turca (CBRT) ha deciso di ridurre il tasso ufficiale dal 14% al 13%, nonostante l’inflazione sia salita al +79,6% a luglio, registrando il nuovo record degli ultimi 24 anni. La mossa ha sorpreso gli analisti, che si aspettavano un tasso fermo a quota 14%, e ha affossato la lira, anche se poi la valuta ha recuperato parte del terreno perso. “È importante che le condizioni finanziarie rimangano favorevoli per preservare lo slancio della crescita della produzione industriale e l’andamento positivo dell’occupazione in un periodo di crescenti incertezze sulla crescita globale e di crescente rischio geopolitico – si legge nello statement della CBRT – Di conseguenza, il Comitato ha deciso di ridurre il tasso di riferimento di 100 punti base e ha valutato che il livello aggiornato del tasso di riferimento è adeguato alle attuali prospettive”.

L’inflazione ha iniziato a salire lo scorso autunno, quando la lira è crollata dopo che la banca centrale ha gradualmente ridotto il tasso di riferimento di 500 punti base al 14% in un ciclo di allentamento voluto dal presidente Recep Tayyip Erdogan, che gli esperti hanno giudicato senza senso dal punto di vista economico-finanziario. A fine luglio la banca centrale ha previsto che l’inflazione raggiungerà il 60,4% alla fine dell’anno, prima di rallentare al 19,2% entro la fine del prossimo anno e all’8,8% nel 2024. “La CBRT continuerà a utilizzare con decisione tutti gli strumenti disponibili nell’ambito della strategia di liraization fino a quando indicatori forti non indicheranno un calo permanente dell’inflazione e l’obiettivo a medio termine del 5% non sarà raggiunto nel perseguimento dell’obiettivo primario della stabilità dei prezzi”, si legge nel documento della Banca centrale.

E la Fed? Un aumento dei tassi di interesse di 50 o 75 punti base al meeting di settembre della Banca centrale americana è un modo “ragionevole” per portare i costi di finanziamento a breve termine a poco più del 3% entro la fine dell’anno e poco oltre questa soglia nel 2023. Lo ha affermato Mary Daly, presidente della Federal Reserve di San Francisco, in una intervista a a CNN International. Una volta raggiunta questa soglia, andrebbe mantenuta e non tagliata rapidamente, ha aggiunto l’economista. “Dobbiamo aumentare il tasso, almeno fino a neutrale, che è di circa il 3%, ma probabilmente in territorio restrittivo: un po’ sopra il 3% quest’anno e un po’ più sopra il 3% l’anno prossimo – ha aggiunto – Penso davvero alla strategia “raise-and-hold” come quella che storicamente ha dato i suoi frutti”.

La Federal Reserve ha alzato i tassi di tre quarti di punto percentuale a luglio, portandoli a un intervallo compreso tra il 2,25% e il 2,5%, dopo un aumento delle stesse dimensioni alla riunione di giugno e aumenti minori nei mesi precedenti. Nei verbali dell’ultima riunione, diffusi ieri sera, non sono emerse indicazioni per l’entità del prossimo meeting. “Abbiamo molto lavoro da fare alla FED per riportarci alla stabilità dei prezzi – ha detto Daly nel corso dell’intervista – Vogliamo non avere questa idea che avremo questo ampio percorso dei tassi a forma di gobba in cui aumenteremo molto rapidamente quest’anno e poi taglieremo in modo aggressivo l’anno prossimo”.

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