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sabato 28 Maggio 2022

Arabia Saudita-Cina, contatti per vendere il petrolio in yuan

Milano – L’Arabia Saudita è in trattative con Pechino per utilizzare lo yuan nella vendita di petrolio alla Cina. Lo riferisce il Wall Street Journal spiegando che la mossa intaccherebbe il dominio del dollaro Usa sul mercato petrolifero globale nonché come valuta di riferimento negli scambi internazionali. La novità avrebbe conseguenze notevoli per il mondo del petrolio globale che da sempre usa il la valuta statunitense come moneta ufficiale. Sarebbe l’alleanza tra il maggior importatore di petrolio, la Cina con il più grande esportatore, l’Arabia Saudita con il conseguente passaggio dai petrodollari ai petroyuan.

“Le dinamiche sono cambiate radicalmente. Le relazioni degli Stati Uniti con i sauditi sono cambiate, la Cina è il più grande importatore mondiale di greggio e sta offrendo molti incentivi redditizi al Regno”, ha affermato un funzionario saudita al quotidiano Usa. “La Cina ha offerto tutto ciò che si può immaginare a” Riad, ha aggiunto. Sul lato Usa, un funzionario statunitense ha definito l’idea dell’utilizzo dello yuan come moneta ‘petrolifera’ un’ipotesi “non molto probabile” oltre che “volatile e aggressiva”. Il funzionario ha ricordato che i sauditi hanno già provato a lanciare questa idea in passato quando c’era tensione tra Washington e Riad.

“L’ipotesi è possibile, ma non sarebbe una rivoluzione, di questi tentativi ne abbiamo visti anche in passato”, spiega all’AGI il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli. “Con la Russia che voleva vendere in rubli, con l’Arabia Saudita che voleva vendere in moneta locale. In passato in Europa ci sono stati alcuni paesi, prima dell’introduzione dell’euro, che volevano utilizzate la moneta nazionale ma è praticamente impossibile. Tra Cina e Arabia Saudita è possibile ma questo non intaccherà un sistema petrolifero globale dominato dal dollaro”.

I colloqui con la Cina sui contratti petroliferi in yuan vanno avanti dal 2016, ma quest’anno hanno subito un’accelerazione poiché i sauditi sono diventati sempre più insoddisfatti della relazione con gli Usa. A Riad non non piace la mancanza di sostegno nella guerra civile in Yemen e per il tentativo dell’amministrazione Biden di concludere un accordo con l’Iran sul programma nucleare. Inoltre, al Regno non è piaciuto per niente il precipitoso ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan lo scorso anno. Ci sono poi le tensioni derivanti dall’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel 2018. Durante la campagna elettorale del 2020, Biden ha affermato che il Regno dovrebbe essere considerato un “paria” per l’uccisione di Khashoggi.

Il mese scorso Mohammed bin Salman, che secondo l’intelligence statunitense ha ordinato l’omicidio del giornalista, ha rifiutato di partecipare a una telefonata tra Biden e il sovrano saudita, re Salman. È da un po’ che le relazioni economiche tra i due paesi stanno diminuendo. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno scalzato Riad come primo produttore di greggio al mondo. Washington all’inizio degli anni ’90 importava 2 milioni di barili di greggio saudita al giorno.

Oggi, secondo l’Eia, l’import è sceso a meno di 500.000 barili al giorno. La diversità di vedute sono emerse anche in tema di politica produttiva petrolifera dell’Opec. Al contrario, le importazioni di petrolio della Cina sono aumentate negli ultimi tre decenni, di pari passo con la crescita economica di Pechino. Secondo i dati dell’Amministrazione generale delle dogane cinese, nel 2021 l’Arabia Saudita è stato il principale fornitore di greggio della Cina, con 1,76 milioni di barili al giorno, seguita dalla Russia con 1,6 milioni di barili al giorno.

La Cina acquista più del 25% del petrolio esportato dall’Arabia Saudita. Se valutate in yuan, tali vendite aumenterebbero la posizione della valuta cinese. I sauditi stanno anche considerando la possibilità di avere contratti future denominati in yuan, noti appunti come petroyuan, nella modellistica di pricing di Saudi Aramco, il colosso oil&gas saudita. Pechino ha già introdotto contratti petroliferi denominati in valuta locale nel 2018 per rafforzare la propria moneta nel mondo, senza intaccare tuttavia il dominio del dollaro sul mercato petrolifero. Per la Cina, l’uso di dollari è diventato un rischio evidenziato dalle sanzioni statunitensi all’Iran per il suo programma nucleare e alla Russia in risposta all’invasione dell’Ucraina.

Negli ultimi anni la Cina ha intensificato il corteggiamento del regno saudita, aiutando, per esempio, Riad a realizzare i propri missili balistici, cooperando sul programma nucleare e iniziando a investire nei progetti visionari del principe ereditario Mohammed bin Salman, come la città futuristica, Neom. Proprio per rafforzare la cooperazione, riporta sempre il Wsj, il regno ha invitato il presidente cinese Xi Jinping in visita ufficiale entro la fine dell’anno. Secondo il quotidiano tuttavia il dado non è tratto ed è possibile che i sauditi facciano marcia indietro. Passare ogni giorno milioni di barili di petrolio da dollari a yuan potrebbe danneggiare l’economia saudita, che ha una valuta, il riyal, ancorata al dollaro.

I consiglieri economici di Mbs lo hanno avvertito della possibilità di danni economici imprevedibili se dovesse portare avanti il progetto in maniera troppo frettolosa. Vendere in yuan collegherebbe più strettamente l’Arabia Saudita alla valuta cinese, che non piace agli investitori internazionali a causa degli stretti controlli che Pechino mantiene su di essa. Vendere petrolio in una valuta meno stabile potrebbe inoltre minare le prospettive fiscali del governo saudita. Per questo, i consiglieri di Bin Salman lo hanno avvertito che accettare pagamenti in yuan rappresenterebbe un rischio per le entrate saudite legate ai Treasury statunitensi e alla disponibilita’ limitata dello yuan al di fuori della Cina.

Molti analisti ritengono che l’impatto sull’economia saudita dipenderebbe anche dalla quantità del petrolio venduto e dal prezzo. “Se l’operazione dovesse essere fatta in un momento di prezzi alti del petrolio, non sarebbe vista negativamente. Verrebbe valutata più come un legame più stretto con la Cina”, ha affermato al Wsj Monica Malik, capo economista presso la Abu Dhabi Commercial Bank. I sauditi hanno ancora in programma di fare la maggior parte delle transazioni petrolifere in dollari ma la mossa potrebbe indurre altri produttori a valutare anche le loro esportazioni alla Cina in yuan. Gli altri grandi fornitori di greggio di Pechino sono la Russia, l’Angola e l’Iraq.

La mossa saudita potrebbe tuttavia intaccare la supremazia del dollaro Usa nel sistema finanziario internazionale, su cui Washington fa affidamento da decenni per stampare buoni del Tesoro che utilizza per finanziare il suo deficit di bilancio. “Il mercato petrolifero, e per estensione l’intero mercato globale delle materie prime, è la polizza assicurativa dello status del dollaro come valuta di riserva”, ha affermato l’economista Gal Luft, co-direttore dell’Istituto per l’analisi della sicurezza globale con sede a Washington che ha scritto un libro sulla de-dollarizzazione.

“Se quel blocco viene rimosso dal muro, il muro inizierà a crollare”. I colloqui con la Cina sul prezzo del petrolio in yuan sono iniziati prima che il principe Mohammed bin Salman, il leader de facto del regno, facesse la sua prima visita ufficiale in Cina nel 2016. Il principe ereditario chiese all’allora ministro dell’energia del regno Khalid al-Falih di studiare la proposta. Il ministro incaricò Aramco di preparare un memo che focalizzasse l’impatto sull’economia del passaggio allo yuan. Al_Falih “non pensava che fosse una buona idea, ma allo stesso tempo non poteva interrompere i colloqui poiché la nave era già salpata”, riferiscono fonti al Wsj.

Secondo altre indiscrezioni l’uso dello yuan potrebbe dare ai sauditi una maggiore influenza sui cinesi e aiutare a convincere Pechino a ridurre il sostegno all’Iran. Ali Shihabi, che siede nel consiglio di Neom e in precedenza dirigeva un think tank filo-saudita a Washington, ha affermato che il regno non può ignorare il desiderio della Cina di pagare le importazioni di petrolio nella propria valuta, in particolare dopo che Stati Uniti e Ue hanno bloccato la Banca centrale russa dalla vendita di valute estere nelle sue riserve dopo l’invasione dell’Ucraina.

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